Marco Cantini

Marco Cantini: un disco per Elsa Morante

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Marco Cantini: un disco per Elsa Morante
Quando inevitabilmente ci viene da chiamare un disco “opera d’arte”.

Ed è il caso del nuovo lavoro del cantautore toscano Marco Cantini che dedica un’opera suonata e cantata al glorioso romanzo “La Storia” di Elsa Morante.

Non letture e non reading ma vere canzoni scritte di suo pugno.

Sono 14 brani inediti racchiusi in questo bellissimo disco dal titolo “La febbre incendiaria”, canzoni che traggono concretamente da momenti diversi del romanzo l’ispirazione per la narrazione cantata… Perché la forma di Cantini non è banalmente “canzone” di ritornelli e strofe, ma di grandissima classe dove la parola è regina e dove il contenuto è portatore sano di bellezza.

Numerosi i crediti di questo disco, da Francesco Moneti dei Modena City Ramblers e Claudio Giovagnoli dei Funk Off con cui Cantini ha curato la produzione al padre Massimo Cantini che ha disegnato a mano opere che accompagnano il booklet e la lettura dei testi. Un suono peraltro registrato dal vivo in studio da Gianfilippo Boni davvero di livello.

Insomma la RadiciRecords porta a casa un altro gioiello di cultura in tutto questo circo di mera apparenza.

 

Marco Cantini: l’intervista

Elsa Morante. Inevitabile chiederti perché proprio lei e proprio questo romanzo… di mio mi verrebbe da pensare che in qualche modo è la contestazione alla base di ogni tua espressione o sbaglio?
Se in questi ultimi due lavori discografici ho in parte accennato a periodi storici avvenuti dentro il “secolo breve” (come lo definì lo storico Eric Hobsbawn), probabilmente è perché li ho considerati paradigmatici – per diversi motivi – nel valutare certe delusioni sociali o disilluse rassegnazioni di questo presente. Alla base resta la volontà di raccontare vicende mai fini a se stesse, l’ingiustizia sociale dalla parte di chi la subisce, dando voce e dignità ai cosiddetti invisibili.

Addentriamoci nel romanzo anche citando il video di lancio “Un figlio”: la figura di Useppe secondo te rappresenta la rinascita contro il potere o la sconfitta a causa del potere? In altre parole ho sempre visto questo romanzo come una resa al potere piuttosto che la lotta di resistenza…
Useppe a mio parere è una sorta di emblema della celebrazione dell’innocenza, ma accomunato allo stesso destino infausto degli altri sventurati personaggi. La tua considerazione è ampliamente condivisa, non a caso il romanzo venne ferocemente contestato all’epoca della sua uscita. Non si allineava ai modelli politici e letterari di quel tempo: non era abbastanza progressista e non vi era nessun riscatto da parte dei protagonisti.

Parlando del video: al di la delle citazioni, che legame c’è tra lo storyboard della clip e il brano?
Riallacciandomi al concetto espresso nella prima risposta alla tua intervista, ci tengo a ribadire quanto la mia operazione non abbia voluto essere soltanto una mera commemorazione di una pagina della nostra storia, o esclusivamente un omaggio alla grande scrittrice: ritengo che i significati insiti nel romanzo siano ancora oggi validi ed attualissimi. Ed è da questa convinzione che siamo partiti per lavorare all’idea del video con i registi Giacomo De Bastiani e Lorenzo Ci. L’intenzione era evocare una forma di resistenza giovanile ai giorni nostri, e non rievocare il passato al quale la canzone fa in parte riferimento (il bombardamento che distrusse San Lorenzo) con immagini didascaliche. Credo che un videoclip debba provare ad aggiungere qualcosa al brano, e non esserne solo una tautologica appendice.

In rete c’è anche un video live in studio: pensando alla presa diretta con cui hai realizzato tutto il disco mi viene da chiederti se quel video è ripreso proprio durante una registrazione finita sul disco.
Non so dirtelo esattamente, ma posso affermare con certezza che di ogni canzone entrata a far parte dell’album, con i musicisti abbiamo inciso in presa diretta soltanto tre take. Quindi è molto probabile che “Classe operaia” suonata nel video sia proprio quella finita nel disco.

È molto particolare l’immagine di copertina. Un bambino, tantissimi simboli come le scarpe di una donna (sua madre?) e gli aeroplanini di carta. E poi lo sfondo… insomma come si legge?
Dovremmo rivolgere questa domanda a mio padre Massimo Cantini, l’autore del dipinto di cui parli. Ma mi viene in mente una frase del film “Il postino”, quando Neruda interpretato da Philippe Noiret risponde che “se la spieghi, la poesia diventa banale”. Credo sia un’affermazione generalmente valida anche nella pittura e in altre forme d’arte. Detto questo, nei suoi dipinti ricorrono spesso oggetti che sono soprattutto dei simboli, seppur con evidenti requisiti di estetica e di armonia all’interno dell’opera.

 
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Autore dell'articolo: Marco Vittoria