Adecco-Jobpricing: turnover? ecco costi ‘nascosti’ per aziende
(Adnkronos) – Le aziende italiane non hanno ben chiaro quali sono i costi 'nascosti' del turnover e quali sono le motivazioni che portano le persone a cambiare lavoro. E' quanto emerge dao risultati del report di Adecco e Jobpricing, visionato in anteprima da Adnkronos/Labitalia, che analizza l’impatto economico del turnover nelle aziende. In particolare, secondo la ricerca, il 33% dei lavoratori ha cambiato lavoro nell’ultimo anno, con un aumento medio del 18,1% dello stipendio. Le aziende sottovalutano infatti il peso della retribuzione, che è invece il principale motivo di dimissioni per il 43% dei lavoratori, seguito da mancata valorizzazione della carriera (36%). E non è ininfluente il ruolo della leadership. Il rapporto con il responsabile è determinante, nelle proprie scelte, per il 39% dei lavoratori. Tuttavia, le aziende lo classificano solo al 4° posto tra le cause del turnover. Ma quali sono i costi 'nascosti' del turnover? Il turnover pesa economicamente tra il 30% e il 50% della Ral (Retribuzione annua lorda) del dipendente dimissionario, ma l’88,5% delle aziende non ne calcola sistematicamente i costi. La perdita di know-how (19%) e i costi di formazione (17,6%) sono le voci più impattanti. Nelle grandi imprese, i costi del turnover aumentano al crescere del livello di responsabilità , raggiungendo il 34% della Ral per i dirigenti, contro il 21% nelle pmi. I dati sul tasso di turnover nel 2024 mostrano che quasi un’azienda su tre (28,4%) ha registrato un tasso di turnover inferiore al 3%, ma un altro 27,7% ha superato il 10%. Il 33% dei lavoratori ha infatti cambiato lavoro nel corso dell’ultimo anno. Secondo le aziende, i lavoratori cambiano lavoro per iniziare nuove esperienze in settori differenti (59%), più che per spostarsi verso la concorrenza (41%). Al momento delle dimissioni, il 66% delle aziende è disposta a ricorrere a un rilancio economico significativo per trattenere i talenti. Sempre il 66% delle imprese non ha una strategia per fronteggiare il turnover: non sono previsti piani di back up per il personale dimissionario e non sono stati attivati processi di recruiting preventivi. Non solo: l’88,5% delle aziende non dispone di una valutazione sistematica dei costi generati dal turnover.  Su una scala da 1 a 10, ecco i costi più impattanti secondo le aziende: perdita di know-how e inefficienze (7,7); costi di formazione per una nuova risorsa (7,2); mancata esecuzione di attività (6,6).  Secondo l'analisi le aziende italiane stimano il costo di una vacancy al 26% della Ral del dipendente uscente, con un impatto economico che varia sensibilmente in base al ruolo (da una media di 33.383 euro per un dirigente a 8.074 euro per operai non specializzati); In valore assoluto si tratta di circa 15.000 euro in media per vacancy. Ma secondo le analisi di mercato il costo del turnover si colloca tra il 30% e il 50% della Ral del dipendente dimissionario. Dall’analisi di Adecco emerge quindi come i costi legati alla perdita di know-how del dipendente dimissionario e alle relative inefficienze rappresentino circa il 19% del costo totale del turnover, risultando dunque i più impattanti, seguiti dai costi legati alla formazione delle nuove risorse (17,6%) e a quelli dovuti alla mancata esecuzione delle attività (16,2%). Le aziende tendono a sottostimare il costo reale del turnover anche a causa della mancanza di calcoli sistematici. Ciò, unito alla scarsità di piani di backup e recruiting preventivo, denota un approccio poco strategico al tema. Mentre le pmi registrano un costo del turnover in rapporto alla Ral sostanzialmente costante e omogeneo – con una lieve incidenza maggiore solo per i ruoli meno specializzati – le grandi aziende mostrano un andamento lineare crescente. La ricerca Adecco evidenzia, infatti, una correlazione positiva: nelle grandi organizzazioni, all’aumentare del livello di responsabilità , cresce proporzionalmente il costo di sostituzione rispetto alla Ral. Emerge così un paradosso di diseconomia di scala. Ribaltando il principio generale secondo cui la dimensione industriale genera efficienza e abbattimento dei costi, le grandi imprese italiane subiscono l’onere del turnover molto più delle pmi.Â
—lavoro/datiwebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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