Fermo macchina: quanto costa davvero un’ora di stop in fabbrica

Nelle riunioni aziendali il fermo impianto viene quasi sempre discusso come un problema tecnico. È un problema economico, e di dimensioni che poche imprese quantificano con precisione.

La ragione è che il costo di un fermo non compare in nessuna voce di bilancio. Non c’è una riga che dica quanto è costata la giornata in cui la linea si è bloccata. Il costo si distribuisce silenziosamente tra mancata produzione, straordinari di recupero, penali contrattuali e ordini persi.

Come si costruisce il numero

Il calcolo corretto somma quattro componenti. La prima è il margine perso sulla produzione mancata. Non il fatturato: il margine, perché i costi variabili non sostenuti vanno detratti. La seconda è il costo del personale fermo. Gli operatori restano in azienda e vengono retribuiti anche mentre la linea non produce. La terza è il costo del recupero. La produzione persa va quasi sempre recuperata con straordinari o turni aggiuntivi, che costano più delle ore ordinarie. La quarta è il costo dell’intervento: ricambi, manodopera tecnica, eventuale trasferta di un tecnico esterno.

Quando le imprese fanno questo calcolo per la prima volta, il risultato è quasi sempre superiore alle attese di un fattore compreso tra due e cinque. È la ragione per cui gli investimenti in manutenzione vengono sistematicamente sottodimensionati: si confrontano con un costo che nessuno ha misurato.

La componente invisibile: i tempi di approvvigionamento

C’è una quinta voce che entra in gioco solo quando le cose vanno male, ed è la più insidiosa.

Un guasto la cui riparazione richiede due ore di lavoro può causare tre giorni di fermo se il ricambio non è disponibile. La durata del fermo, in altre parole, dipende molto più dalla logistica che dalla meccanica.

Questo sposta il problema su un terreno diverso: la gestione delle scorte critiche e la scelta dei fornitori.

Un distributore tecnico strutturato come Uts Forniture Industriali tiene a magazzino cuscinetti, cinghie, catene, riduttori e componenti di trasmissione delle famiglie più diffuse, riducendo da giorni a ore il tempo di reperimento. È un servizio il cui valore si percepisce solo nel momento del guasto, e che per questo viene raramente considerato in fase di selezione del fornitore.

Quali componenti si guastano davvero

Le statistiche di manutenzione mostrano una distribuzione ricorrente dei guasti negli impianti di produzione.

I componenti in movimento con contatto meccanico sono i primi: cuscinetti, guide, catene, cinghie. Sono elementi soggetti a usura per definizione e la loro vita è statisticamente prevedibile.

Seguono i componenti di trasmissione della potenza, dove i cedimenti derivano più spesso da disallineamenti e sovraccarichi che da usura naturale.

Poi le tenute e le guarnizioni, la cui degradazione dipende fortemente da temperatura e ambiente.

L’elettronica di controllo, contrariamente alla percezione comune, non è la causa principale dei fermi negli impianti industriali, sebbene i suoi guasti siano quelli che generano più difficoltà diagnostiche.

Manutenzione preventiva o predittiva

Le strategie disponibili sono tre, con costi e rendimenti differenti. La manutenzione correttiva, cioè intervenire dopo il guasto, ha costo iniziale zero e costo totale massimo. Resta sensata solo su componenti il cui cedimento non ferma la produzione. La manutenzione preventiva sostituisce i componenti a intervalli prestabiliti. Riduce drasticamente i fermi improvvisi, ma comporta la sostituzione di parti che avrebbero ancora vita utile. La manutenzione predittiva monitora parametri come vibrazioni, temperatura e assorbimento elettrico per intervenire solo quando i dati indicano un degrado in corso. È la strategia con il rendimento migliore ma richiede strumentazione, competenze di analisi e una storia di dati che si costruisce in mesi. Nella pratica la maggior parte delle imprese adotta una combinazione, applicando strategie diverse a componenti diversi in base alla criticità.

Il magazzino ricambi come decisione strategica

Tenere ricambi a magazzino ha un costo: capitale immobilizzato, spazio, rischio di obsolescenza.

Non tenerli ha un costo diverso, che si manifesta raramente ma in modo concentrato.

Il criterio razionale per decidere combina tre variabili: la probabilità di guasto del componente, il tempo di approvvigionamento e il costo orario del fermo che causerebbe. Un componente economico con lunghi tempi di consegna su una macchina critica va tenuto a scorta anche se si guasta di rado.

È un ragionamento che molte imprese fanno a intuito e che, messo su un foglio di calcolo, produce spesso conclusioni diverse da quelle abituali.

Da dove iniziare

Per un’azienda che non ha mai affrontato il tema in modo strutturato, tre passi valgono più di un progetto complesso.

Il primo è registrare i fermi: data, durata, causa, componente coinvolto. Sei mesi di dati bastano a individuare i punti critici.

Il secondo è calcolare il costo orario di fermo di ciascuna linea, anche in modo approssimativo. Serve a dare una scala di priorità.

Il terzo è verificare i tempi di approvvigionamento dei componenti che compaiono più spesso nel registro dei guasti.

Sono attività che non richiedono investimenti e che cambiano radicalmente la qualità delle decisioni successive. La manutenzione, come molte funzioni aziendali, migliora soprattutto quando smette di essere gestita a memoria.

Condividi Articolo:

Passione sfrenata per tutto ciò che è tecnologico utente di lungo corso Android e sostenitore di tutto ciò che è open-source e collateralmente amante del mondo Linux. Amante della formula uno e appassionato dell'occulto. Sono appassionato di oroscopo mi piace andare a vedere cosa dicono le stelle quotidianamente.