Omicidio Lidia Macchi: colpo di scena sulla lettera che incastra Binda

Il processo per l’omicidio di Lidia Macchi inizia subito con un colpo di scena. L’avvocato Patrizia Esposito, che difende Stefano Binda,  ha affermato di essere stata contattata, nei giorni scorsi, da un avvocato di Brescia il quale rappresenta un uomo che si attribuisce la paternità della lettera inviata ai genitori di Lidia nel 1987.
Se questo fosse vero, uno dei pilastri che incastrano Binda, cadrebbe.

Di chi è la lettera?

Lidia Macchi fu violentata e uccisa la sera del 5 gennaio 1987, a Cittiglio, dove si era recata per far visita ad un’amica in ospedale. Per quasi trent’anni la procura di Varese ha annaspato nel buio. Chi aveva ucciso la studentessa universitaria? Chi aveva lasciato il cadavere nel boschetto dove fu rinvenuto? Chi aveva inviato ai genitori della vittima una lettera intitolato “in morte di un’amica” con particolari riferiti proprio all’omicidio? Domande che non hanno mai avuto risposta.
Di colpo, lo scorso anno, sembrava essere arrivata la svolta, proprio grazie a quella lettera anonima. La testimonianza di una donna, che per prima ha riconosciuto la scrittura di Binda dopo la pubblicazione dello scritto in una trasmissione televisiva, e la perizia di un grafologo, sembravano indicare in lui il colpevole.
Se, però, quanto affermato dalla difesa fosse vero, il processo verrebbe fatto a pezzi.

C’è un Mister X?

C’è veramente un Mister X che, dopo tanti anni, ha deciso di confessare? La lettera non è stata scritta da Stefano Binda, ma da un altro uomo? Fu lui a violentare e a uccidere con 29 coltellate Lidia Macchi la sera del 5 gennaio 1987?
Gli avvocati di Binda, Patrizia Esposito e Sergio Martelli hanno chiesto che venga ascoltato in Aula come testimone l’avvocato (non presente nella lista testi) che è stato contattato dal presunto autore del componimento e lo scorso 4 aprile ha inviato una lettera alla difesa, alla Corte d’Assise e alla Procura di Varese.
Questa testimonianza rischia di rimettere tutto in discussione e sarebbe l’ennesimo smacco per una procura che, in trent’anni, non sembra averci capito molto sul delitto della giovane volontaria di Comunione e Liberazione.

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