Silvia Conti: da Sanremo a “Piedi Nudi”

         
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Si intitola “A piedi nudi (psichedeliche ipnotiche nudità)” il nuovissimo disco che rompe il silenzio artistico della cantautrice toscana Silvia Conti. Da quel Sanremo a questa nuova e bellissima produzione RadiciMusic Records che confeziona con un artwork assai raffinato e colorato il disco della Conti: a piedi nudi, una metafora di cammino, di vita, di come si sta al mondo o forse di come si dovrebbe stare. Tracy Chapman cantava “Cold Feet” e il tema in un certo modo ricorre: una produzione raffinata e di personalità per questa voce graffiante, assai ricca di espressione e umanità. La canzone d’autore della Conti è spigolosa di quella rabbia e di quella matura esperienza di sapere ormai come stanno le cose… quanto meno con la maturità di donna e di artista che manifesta con carattere il proprio pensiero. Canzoni come “Il canto della scimmia” o la stessa “Tom Tom” di cui esiste il video ufficiale, non fanno altro che dare direzioni ed un fermo punto di vista su chi siamo, su dove stiamo andando e su quanto coraggio serva per diventare se stessi. Un disco sociale per tantissimi punti di vista. E non aspettatevi certamente la banalità di un ritornello facile o di rime baciate, anzi incollate. Non è un pop da cassetta questo. Anche se purtroppo (o per fortuna) sta tornando in scena anche quello…

Ripartiamo da quel Sanremo. La musica di ieri, quel certo modo di scriverla e di cantarla… è ancora nelle tue vene oppure l’hai abbandonata completamente?
Se per musica di ieri intendi quel Sanremo e quegli anni non posso dire di averla abbandonata perché non mi è mai appartenuta, soprattutto quella italiana. Se invece per musica di ieri intendi la musica degli anni ’60 e ’70, specialmente quella inglese e americana allora ti dico che quella è ancora nelle mie vene, scorre viva e sana dentro di me.

Oggi dici di essere “A piedi nudi”. Cosa significa per te?
Significa che mi sono consegnata “nuda” a chi mi ascolta, che quello che sente è vero, non c’è niente di costruito o di ruffiano. In questo periodo storico, soprattutto, c’è bisogno di mostrarsi, di far sentire la propria voce, forte e chiara e, nel mio piccolo, è quello che ho cercato di fare.

Questo disco mi sa tanto di un lavoro che celebra la verità. Acqua e sapone, ricco di produzione ma semplice dal punto di vista umano. È questa la tua ricetta di verità?
È quello che ti stavo dicendo prima, è un disco vero e proprio per questo semplice perché la verità è semplice e diretta. Questo non significa che sia anche facile, anzi. Si può dire che questo è un lavoro nato da una “necessità” personale: ho sentito forte il desiderio di liberarmi e, nel farlo, ho avuto la fortuna di incontrare compagni fantastici che mi hanno aiutata e accompagnata per tutto il viaggio.

Un altro ingrediente importante sono i colori. Questo disco è coloratissimo nella sua estetica. C’è un motivo preciso per caso?
I colori fanno parte di me, da sempre, non potevano mancare. Ho personalmente curato il packaging, aiutata ovviamente da Stefania e Aldo di RadiciMusic Records che hanno, pazientemente, assecondato ogni mio desiderio. È il mio disco ma in realtà è frutto di un lavoro collettivo, senza i miei collaboratori non sarebbe stata la stessa cosa.

E poi la poesia. Il disco si apre con questa “Mi minore dalla Leti”. Ci ho letto le basi da cui partire, anzi le origini a cui tornare… non è così?
È un nuovo inizio e ogni nuovo inizio ha bisogno di radici forti, quindi sì, hai detto bene. “Mi minore dalla Leti” è un brano molto importante per me, è una specie di carta d’identità.

Per chiudere ti chiedo: un altro video in arrivo dopo il singolo “Tom Tom”?
Ci stiamo lavorando. Probabilmente in autunno riusciremo a tirare fuori questo coniglio dal cilindro (e se ricorderai queste mie parole capirai anche il perché).

Autore dell'articolo: Marco Vittoria