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Mutismo selettivo: cos’è? Intervista a Marta Di Meo

         
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ROMA – Mutismo selettivo, cos’è? Lo abbiamo chiesto a Marta Di Meo, psicologa e psicoterapeuta, che si occupa dell’argomento, e non solo solo, da 10 anni e collabora con l’Aimuse da cinque anni. In Italia è una delle massime esperte su questo tema.

Abbiamo incontrato Marta Di Meo a margine di un convegno per capire meglio in cosa consista il mutismo selettivo e come vada affrontato

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Dottoressa Di Meo, quale dev’essere l’approccio a un bambino con mutismo selettivo?

“Prima viene diagnosticato il mutismo selettivo e prima è possibile intervenire, più passa il tempo e più è difficile lavorarci perché nel frattempo l’immagine del bambino si è stabilizzata come immagine di un bambino che non parla.

La frustrazione, in quel caso, è aumentata. È necessario tenere conto di tutte le tempistiche dei bambini, in quanto ogni singolo bimbo è un mondo a sé.

Dunque dobbiamo partire dal singolo e seguire passo dopo passo tutto ciò che succede. Dobbiamo sintonizzarci con il bambino ed evitare di fare le cose in maniera forzata, perché così non otteniamo risultati positivi”.

Come deve comportarsi la scuola in questi casi? Quale consiglio dà lei agli operatori?

“Consiglio agli operatori scolastici di osservare tutti i comportamenti del bambino, sia in classe che con loro. Nel comportamento non verbale potranno notare una rigidità, con il blocco totale del corpo.

In questi casi il bambino potrebbe sembrare autistico perché ha una difficoltà oggettiva anche nella comunicazione non verbale, ma in realtà non è così: sappiamo bene, infatti, che mutismo selettivo e autismo sono totalmente diversi.

A livello verbale, ovviamente, ci possono essere parecchie difficoltà, con i compagni e soprattutto con gli insegnanti prevalenti, che sono le figure di riferimento della classe: è bene precisare che il bambino non ce l’ha con l’insegnante, ma con la figura che egli rappresenta.

Ciò mantiene il disturbo. Gli insegnanti di sostegno o gli assistenti, in quanto figure esterne, sono invece quelle con cui il bambino ha meno difficoltà a relazionarsi.

A livello di comportamento paraverbale, cioè di emissione del suono, c’è difficoltà a produrre suoni e a utilizzare un tono alto di voce.

Se i bambini vedono qualcuno che li osserva anche quando stanno semplicemente muovendo le labbra, potrebbero bloccarsi ancora di più”.

Nel rapporto tra genitori e insegnanti è necessaria una fiducia reciproca?

“Assolutamente sì. A volte si verifica un processo per cui l’insegnante ha paura del genitore e il genitore ha paura dell’insegnante: è come un cane che si morde la coda.

Chiedo a tutti una maggiore collaborazione perché attualmente, anche a livello burocratico, c’è molta difficoltà a entrare nell’istituto scolastico.

Lo specialista deve intervenire prima sulla famiglia, poi sul bambino e infine a scuola”.

Perché bisogna evitare il contatto diretto con il bambino?

“È meglio provare a non parlare con il bambino in maniera diretta, anche per esempio girandosi di spalle, perché un bimbo che percepisce un’attenzione forte su di sé non si sente libero di produrre dal punto di vista verbale.

Cercate di non guardare direttamente il bambino: lo sguardo diretto è l’ultima cosa che dovete mettere in atto.

Evitate domande dirette soprattutto nei momenti di silenzio, perché in quel momento il bambino ha l’attenzione esclusiva su se stesso.

Il bimbo con il problema di ansia ha tantissima difficoltà. Per tale ragione bisogna favorire le domande nei momenti di confusione perché solo così non c’è l’attenzione sui bambini con mutismo selettivo.

Favorire, altresì, le domande con doppia risposta perché questo fornisce al bambino una “facilitazione verbale”: la scelta forzata gli permette, cioè, di interagire.

E poi ridurre l’ansia nei bambini favorendo giochi e attività che non facciano venire l’ansia da prestazione.

Favorire anche attività che rinforzino l’autostima, come ad esempio il disegno, per far vedere ai bambini che loro sono in grado di fare tante cose: questo tipo di rinforzo dall’esterno è importante perché spesso questi bambini si svalutano”.

La fretta, in tali situazioni, è una cattiva consigliera?

“Certamente. Non dobbiamo avere fretta di raggiungere risultati perché questo è controproducente: quando c’è un’aspettativa molto forte, il bambino la sente e si blocca, quindi ogni singolo risultato va stabilizzato.

Non va mostrato un forte entusiasmo nel momento in cui il bambino riesce a produrre un suono o una parola; questo è un fattore di rinforzo negativo, in quanto il bambino penserebbe: ‘Ho fatto qualcosa che non dovevo fare’.

Consiglio poi di utilizzare giochi specifici che prevedano difficoltà crescenti con la produzione verbale, partendo dallo scioglimento del corpo.

Alcuni bambini possono fungere da mediatori verbali ma l’intervento non deve protrarsi troppo nel tempo, altrimenti poi il bambino con mutismo selettivo potrebbe ‘appoggiarsi’ ai mediatori”.

Lei ha avuto importanti esperienze professionali in America. Cosa può dirci al riguardo?

“L’esperienza che ho fatto in America, a confronto con importanti professionisti del settore, è stata per me fondamentale e mi ha insegnato molto.

D’altronde, da circa 2 anni proprio l’integrazione della terapia italiana con quella americana (di tipo comportamentale) ci permette di ottenere risultati maggiori e in breve tempo: in questa maniera, infatti, si può intervenire immediatamente risolvendo velocemente il problema e favorendo l’inserimento scolastico e sociale del bambino.

Sono molto contenta di questi risultati e spero di poter creare una rete con gli altri colleghi perché è necessario lavorare tutti insieme.

Con questa tecnica riscontriamo la riduzione dell’ansia sia nel bambino sia nei componenti della famiglia. Bisogna imparare a gestire l’ansia, a combatterla, perché non è possibile cancellarla”.

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Autore dell'articolo: Massimo Giuliano