Elezioni, dopo anni di governi tecnici gli italiani scelgono l’astensionismo attivo?
Come risaputo il 25 settembre 2022 si terranno le elezioni politiche in Italia. Pochissimo tempo dunque di campagna elettorale inframezzata anche dal periodo di ferie estive. Le varie forze politiche non hanno però perso tempo, e dal giorno dell’indizione è iniziata una frenetica apparizione su tv e social network, volta a rilanciare il miglior programma ‘attira-voti’.
E gli italiani cosa ne pensano? Senza soffermarci sui vari sondaggi che danno in testa un partito piuttosto che un altro, ciò che da tempo è emerso, tornata dopo tornata, è una crescente delusione generale. Il popolo italiano sembra non sapersi più affidare ad una politica che non ha saputo nel tempo mantenere le promesse. Gli ultimi anni trascorsi in piena pandemia hanno poi amplificato questo senso di malcontento generale.
È anche vero però che noi italiani sappiamo lamentarci, ma quando si presenta l’occasione per provare a far valere i nostri diritti ci tiriamo indietro, e preferiamo astenerci. Sì, proprio così. Tant’è che anche per queste elezioni torna prepotente l’idea dell’astensionismo attivo.
Vediamo di cosa si tratta, soffermandoci anche su alcune brevi considerazioni.
Sempre più italiani non votano
Da sempre ci sono elezioni che sono più sentite dai cittadini, e altre che vedono una partecipazione più ridotta. Ma il dato che deve far riflettere è una crescente riduzione dell’affluenza alle votazioni. Se pensiamo che alle prime elezioni del 1948 alle urne si era recato ben il 92.23% del corpo elettorale, oggi lo possiamo considerare un miraggio.
Nel 2013 l’affluenza registrata è stata del 75.20% e nel 2018 si è arrivati al 72.90%.
Questi numeri non possono che destare preoccupazione, e rappresentano la prova di una progressiva diminuzione di fiducia da parte degli italiani nei confronti di coloro che dovrebbero rappresentarli.
Astensionismo attivo
Se non recarsi alle urne è qualificato come astensionismo passivo, non tutti sanno che esiste anche l’astensionismo attivo, regolamentato dal D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361, che (addirittura) attribuisce alla Camera dei Deputati il potere di pronunciare giudizio definitivo su ogni tipo di contestazione, protesta o reclamo presentati agli Uffici delle singole sezioni elettorali.
Questa pratica è assolutamente legale, e consiste nel recarsi al seggio di iscrizione, far vidimare la scheda elettorale ed esprimere la volontà di non ricevere la scheda. L’esercizio di questo diritto va messo a verbale da uno scrutatore o da un presidente di seggio, e l’interessato può anche richiedere di far scrivere le motivazioni della sua scelta o di allegare un foglio già contenente le ragioni dell’astensione al voto.
Si tratterebbe di una forma di protesta volta a creare una discrepanza tra percentuale dei votanti e voti attribuibili, causando problemi di attribuzione dei seggi. Qualora infatti il numero di schede rifiutate raggiungesse, per ipotesi, la quota di voti necessaria all’attribuzione di un seggio, questo seggio non potrebbe essere attribuito.
Elezioni politiche, un’occasione sprecata per esprimere concretamente un voto
Venendo ora alle considerazioni, sorge spontaneo un interrogativo: al di là dell’innegabile liceità di una pratica quale quella dell’astensionismo attivo, perchè molti tra coloro che si avvarranno di questa facoltà chiedevano, fino a poco tempo fa, a gran voce, che si potesse tornare alle urne? Per poi non votare?
Da quanto si apprende dai canali social chi eserciterà questa procedura rappresenterà solo un’esigua fetta dell’elettorato. In ogni caso, se guardiamo alla storia, ci sono voluti anni di lotte per conquistare un diritto al voto che forse non andrebbe sprecato con una qualunque forma di astensionismo, attivo o passivo che sia.
Ma d’altronde se l’Italia è considerato il ‘Bel Paese’, ricco di arte, bellezze naturali e tradizioni, è altrettanto vero che imperversa di contraddizioni.
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