Marilyn Monroe: sogni e lacrime

Marilyn Monroe: sogni e lacrime, la verità nel triste mito

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Marilyn Monroe: sogni e lacrime. Il suo nome, innesca nelle persone, come una “reazione chimica”; ed ecco che nelle menti umane, quella che ormai è diventata una delle icone più celebri, prodotte dalla cosiddetta “pop culture” del secolo scorso è ancora qui.

Lei, unica e intramontabile, che a distanza di anni esercita il suo fascino.

Marilyn Monroe: sogni e lacrime, la vita e la carriera

La “bomba del sesso bionda”, com’era soprannominata durante gli anni ’50 è riuscita ed eternarsi come solo pochi hanno saputo fare. La sua immagine, la sua icona, ne ha decretato il mito che oggi è più vivo che mai. Soprattutto, in quegli anni sfavillanti ne hanno visto l’ascesa.

Marilyn Monroe non è appartenuta soltanto al mondo del cinema, ha travalicato quel confine. La sua immagine è stata iconizzata e “sacralizzata” anche nell’Arte.

Musa ispiratrice per fotografi, stilisti e artisti di ogni sorta, fino ad arrivare alle famosissime serigrafie realizzate da Andy Warhol dal 1962, anno della morte (suicidio, omicidio?) dell’attrice.

Se è vero che per ogni conquista ottenuta c’è un prezzo da pagare, quello di Marilyn Monroe è stato altissimo.

La “bionda svampita”, creata dagli Studios Cinematografici (da lei gestito, sia detto, con assoluta consapevolezza e padronanza) ha rischiato di offuscarne il lato umano.

Infatti è quasi impossibile pensare che dietro quell’immagine di prorompente vitalità, si celasse un essere fragile; costantemente in conflitto con se stesso, una “bimba smarrita”. Una figura che alla fine, sarebbe sprofondata senza ritorno nel mondo dei sogni.

Una volta spenti i riflettori, Marilyn Monroe tornava a essere Norma Jean; l’insicura ragazza cresciuta tra vari orfanotrofi, con la quale doveva spartire, il peso di un tormento interiore che non l’avrebbe mai abbandonata.

Marilyn Monroe: sogni e lacrime. Una delle sue dichiarazioni più famose può dirci tanto al riguardo

“Sapevo di appartenere al pubblico e al mondo; non per il talento o la bellezza, ma perché non ero mai appartenuta a niente o a nessun altro” […]

“Via via che crescevo, mi accorgevo di essere diversa dalle altre ragazze perché non c’erano né baci né promesse nella mia vita. Molto spesso mi sono sentita sola e ho desiderato di morire”.

Una personalità fatta di luci e ombre, che stona notevolmente con l’immagine da riflettori, alla quale siamo abituati.

Un’immagine alla continua ricerca di calore umano, che si riversava nella sua incostanza. E si rifletteva anche nella sua movimentata vita privata. In parte, questo, ha compromesso i due celebri matrimoni col campione di baseball Joe Di Maggio e col drammaturgo Arthur Miller.

Molte sono state le sue relazioni, tra le quali quella più chiacchierata (che si lega anche al mistero della sua morte) con i fratelli Kennedy.

Marilyn Monroe: sogni e lacrime di una “bocca che brucia”

Insicura sulle sue qualità di attrice e sempre alla ricerca dell’approvazione altrui, nel ’55 (quand’era già famosissima) s’iscrisse all’”Actor’s Studio” di New York.

Con questo gesto, cerca di prendere le distanze da quel “marchio” di donna frivola che la stessa Hollywood le aveva imposto.

Cercò di imboccare una strada diversa, alla ricerca di ruoli drammatici da interpretare. Così fu per il suo ultimo film Gli spostati.

La vita, che tanto le ha dato e, tanto le ha tolto, le ha fatto scontare un ultimo prezzo da pagare per la sua eternità.

Quell’eternità di cui Marilyn Monroe avrebbe goduto dopo la morte; quel “sonno senza ritorno” nel quale è sprofondata nella notte fra il 4 e il 5 Agosto del 1962, in circostanze non chiare.

Circostanze che non le hanno permesso di proseguire nel suo percorso di attrice; contribuendo a imprigionarla in quell’immagine, “la bionda tutta curve” che cominciavano a soffocarla.

Fortunatamente, ciò che ci arriva oggi di Marilyn Monroe è la sua sfolgorante bellezza, la sua candida luminosità e quello sguardo triste che pochi riescono a cogliere dietro i suoi pallidi sorrisi.

Il “personaggio Marilyn” è stato amato, frainteso, strumentalizzato dalla cultura di massa. Analizzato con la lente d’ingrandimento, fatto oggetto di venerazione di quello che sembra quasi essere l’ultimo culto pagano.

La cosa più giusta ora, sarebbe lasciare da parte tutti i preconcetti e le morbosità. E perdersi ancora nella contemplazione di quella “bocca che brucia”.

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Autore dell'articolo: Stefania Di Francescantonio

Stefania Di Francescantonio