Totò Riina

Totò Riina in fin di vita: il “capo dei capi” al passo d’addio

Totò Riina è in fin di vita.  Nei giorni scorsi è stato sottoposto a due interventi, nel secondo sono intervenute pesanti complicazioni che hanno reso necessaria una pesante sedazione. Sembra arrivata la fine per il “capo dei capi“. L’ironia della sorte è che oggi, Salvatore Riina, detto “‘u curtu”, compie 87 anni. Attualmente è ricoverato nel Reparto detenuti dell’ospedale di Parma. Non gli sarà concesso di morire a casa. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha firmato un permesso per la moglie e i figli del padrino, potranno stare vicini al proprio congiunto nei suoi ultimi istanti.

La caduta di Riina

Totò Riina è stato arrestato il 15 gennaio 1993 dagli uomini del Capitano Ultimo. Si trovava a Palermo in via Bernini, a pochi metri dalla villetta che è stata il suo covo. Da quel giorno è stato sottoposto al regime carcerario del 41 bis senza mai avere la possibilità di uscire.

Fu trasferito prima prima all’Asinara, poi a Opera e quindi a Parma. Per il più grande criminale che l’Italia abbia mai avuto, la cattura ha segnato la fine del suo potere che durava dagli inizi degli anni 70. Quando Riina venne arrestato furono in molti a parlare di un tradimento da parte di Bernardo Provenzano in combutta con lo Stato. Quelle voci portarono addirittura sotto inchiesta gli autori dell’arresto del boss. Alla fine, però, si sono rivelate solo chiacchiere che non hanno trovato riscontro.

Tutti i peccati di Totò Riina

Totò Riina ha computo il suo primo omicidio a 19 anni. In una rissa per motivi banali uccise un suo coetaneo, Domenico Di Matteo, nel 1949. Da allora, la morte ha camminato al suo fianco. Tra gli omicidi che ha commissionato quello del Generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino, ma non solo.

Ciò che stupisce di Riina è la  sua crudeltà. Fu lui a commissionare il delitto del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. Il corpo del piccolo non fu mai ritrovato perchè fu sciolto nell’acido. Anni fa, Riina, parlando in carcere non mostrava alcun segno di pentimento per i suoi crimini e, anzi, continuava a minacciare i giudici, sintomo di una personificazione del male ch lo ha accompagnato fino alla tomba.

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Autore dell'articolo: Davide Luciani