Egitto: attentato, 35 i morti, molti sono bambini

È successo di nuovo. È successo di nuovo eppure ogni volta il terrore e lo sgomento sono pari al primo avvenimento. Per il dolore non esiste una gerarchia, e ciò che è successo ieri si unisce agli atti di follia che negli ultimi anni si sprecano, e colorano le pagine della cronaca come china che macchia in maniera indelebile il foglio bianco della nostra felicità. Egitto, 26 maggio 2017. Tragitto tra Ben Suef e Minya. Un bus bianco, seguito da una piccola carovana di automobili, percorre gli ultimi chilometri che lo separano dal monastero di San Samuele Confessore. A bordo, una comitiva di cristiani copti, che non raggiungerà mai la metà del percorso che si era prefissato. Un’esecuzione in piena regola, uno sterminio senza ritegno. Una crudeltà tale da far credere se l’umanità, quella che ci hanno insegnato a rispettare fin da piccoli, quella a cui ci dicono di appartenere appena nati, esista davvero. Una spietatezza tale da far credere che non esista neanche la pietà, quella vera, quella unica. 35 i morti, e molti tra questi sono bambini. Diversi anche i feriti, tra cui altri giovanissimi. Come sempre, è una carneficina che non guarda in faccia niente e nessuno. Un martirio, come detto anche dal portavoce della Chiesa copta, Rafiq Grech, di persone che con allegria, entusiasmo, sorrisi sul volto, sono state uccise da chi quell’allegria, quell’entusiasmo, quel sorriso li volevano far scomparire, e lo ha fatto nel modo più tremendo possibile. Un colpo basso, come spesso capita. Un colpo al cuore, come sempre è. Sembra un filo da aggiungere alla tela del terrore con cui lo stato islamico tiene impegnato il proprio orrendo telaio.

Egitto, gli attentati continuano

Donne, uomini, e bambini. Di nuovo. Che sia a Manchester, al concerto di una popstar, o su un bus, mentre si gioca a carte con la propria famiglia per visitare un luogo nuovo, per crescere ed accrescersi. La paura non ha dimensione in cui si senta più bella e importante, ha le stesse fattezze ogni volta che si specchia negli occhi di chi la prova. E ci fa capire come bisogna fare qualcosa di deciso, se si vuole davvero sperare che da quegli occhi non escano più lacrime, ma bagliori di speranza. Una è però la differenza sostanziale tra questo ed altri attentati. La reazione, quasi rabbiosa, dettata dall’inerzia, dall’istinto. Come se, avendo a che fare con individui che arrivano a comportarsi più da bestie che da esseri umani, si giunga a perdere il proprio ruolo istituzionale, la propria diplomazia, e si torni prima cittadini, componenti di una comunità, o semplicemente uomini. «Combatteremo», il messaggio emblematico lanciato dal premier egiziano. Una promessa coraggiosa, impetuosa, forse aggressiva e un po’ fuoriluogo detta da un capo di Stato, ma suggerita dal cuore, dall’indole di uomo che tutti dovremmo imparare a conservare. I cristiani copti a Minya, luogo dove si è consumata la strage, sono il 35%. Una percentuale considerevole, per una comunità che non ha perso tempo nel far sentire il proprio sconforto e la propria voce. Quella che spesso manca in questi casi. La voce per farsi sentire, per far capire che così non si può più andare avanti.

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