Serie A, conti sotto pressione: nove club su venti tra fragilità e tensione
Nove club di Serie A su venti rientrano nei profili di fragilità o tensione: cosa dice la relazione su ricavi, costo della rosa e mercato.
La Serie A resta competitiva sul campo, ma i conti delle società mostrano una situazione ancora poco stabile. La prima Relazione Annuale 2026 della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche rileva che nove club su venti, cioè il 45% del campione, si trovano in una situazione di fragilità o di tensione economica.
Questo non significa che quasi metà delle squadre sia vicina al fallimento o a una crisi immediata. La Commissione ha analizzato diversi aspetti: la capacità di produrre utili, il denaro disponibile, il valore del patrimonio e la necessità di vendere calciatori per far quadrare i conti. Il quadro che emerge è però chiaro: per molte società gli incassi regolari non sono sufficienti a coprire stabilmente il costo della squadra e le altre spese.
I cinque gruppi economici della Serie A
La relazione divide i venti club di Serie A in cinque gruppi anonimi. Non viene quindi indicato quali società appartengano a ciascuna categoria.
- 20%: club con una situazione economica abbastanza solida, con conti in utile o vicini al pareggio;
- 10%: società che dipendono in modo significativo dalla vendita dei calciatori e devono continuare a realizzare queste entrate per mantenere l’equilibrio;
- 25%: club con ricavi elevati, ma con gran parte delle entrate assorbita dagli stipendi, dal costo dei calciatori e dai debiti;
- 25%: società fragili, ma ancora in grado di mantenere parzialmente sotto controllo la gestione;
- 20%: club che stanno investendo molto o che si trovano in una situazione di tensione economica, con costi superiori agli incassi e perdite nei bilanci.
Le ultime due categorie comprendono nove società, da cui deriva il dato del 45%. La situazione, però, non si divide semplicemente tra club sani e club in difficoltà. Un altro quarto della Serie A incassa cifre importanti, ma non riesce sempre a trasformare questi ricavi in un utile.
Ricavi e costi: perché gli incassi ordinari non bastano
Uno dei dati più significativi riguarda il rapporto tra costi e ricavi. Il valore centrale del campione è pari al 108,7%: significa che, per il club che si trova a metà della classifica statistica, le spese sono superiori agli incassi.
Senza considerare le vendite dei calciatori, il risultato della gestione ordinaria sarebbe negativo per 62,1 milioni di euro. Per questo motivo il mercato assume un ruolo fondamentale. Le cessioni dei giocatori rappresentano in media il 20,8% dei ricavi totali e, tra i club con i valori più alti, arrivano al 34,7%.
Vendere calciatori non è necessariamente un problema. Può essere una strategia positiva quando una società scopre, forma e valorizza giovani talenti. Diventa invece un segnale di debolezza quando il club è costretto a vendere per coprire perdite, pagare le scadenze o sostenere spese che gli incassi normali non riescono a coprire.
Dai conti operativi alle perdite finali
Il risultato della gestione ordinaria, prima di alcune spese, è positivo in media per 26,7 milioni di euro. Questo dato, però, non considera completamente il costo degli investimenti fatti per acquistare i calciatori.
Quando vengono conteggiati anche il costo distribuito negli anni degli acquisti e le eventuali perdite di valore dei giocatori, il risultato medio scende a -14,7 milioni di euro. Il risultato finale dei bilanci arriva a -15,2 milioni.
La differenza mostra quanto pesino i cartellini dei calciatori. Un giocatore acquistato non rappresenta solo una spesa iniziale: il suo costo viene distribuito su più anni e continua quindi a incidere sui bilanci delle stagioni successive.
Il costo annuale legato agli acquisti dei calciatori vale in media il 21,6% dei ricavi totali. Se si sommano stipendi, costi degli acquisti e perdite di valore, il costo complessivo della squadra arriva a 2,35 volte gli incassi regolari, prima di considerare le vendite dei giocatori. Inserendo anche i ricavi del mercato, il rapporto scende a 1,75 volte, ma resta evidente la forte dipendenza dalle cessioni.
Liquidità, patrimonio e perdite legate al Covid
Anche la disponibilità di denaro rappresenta un punto delicato. Il valore medio dell’indicatore che misura la capacità di pagare i debiti a breve termine è pari a 0,62. In parole semplici, la liquidità immediatamente disponibile non è sufficiente a coprire tutti i debiti che devono essere pagati nel breve periodo.
Il patrimonio netto medio è di 23,9 milioni di euro, ma le differenze tra i club sono molto ampie: si va da -276,5 milioni a 291 milioni. Quattro società su venti hanno un patrimonio netto negativo.
Questo dato non significa automaticamente che una società sia destinata a chiudere. I proprietari possono intervenire con nuovi versamenti o aumenti di capitale. Tuttavia, indica una maggiore dipendenza dagli aiuti della proprietà per mantenere in equilibrio i conti.
Nei bilanci delle società analizzate pesano inoltre circa 1,4 miliardi di euro di perdite accumulate durante l’emergenza Covid. Secondo le regole attuali, queste perdite dovranno essere sistemate entro il bilancio 2028. Si tratta di un peso importante, perché riduce la capacità dei club di assorbire nuove perdite e rende necessaria una gestione più prudente.
La sfida della sostenibilità per la Serie A
La relazione non descrive un calcio italiano fermo o senza possibilità di crescita. Mostra però che la stabilità dei club dipende dalla capacità di aumentare gli incassi regolari: diritti televisivi, stadi, sponsorizzazioni, attività commerciali, risultati nelle competizioni europee e valorizzazione dei calciatori devono contribuire insieme a un modello più solido.
Il divario con la Premier League resta ampio. Secondo i dati UEFA riportati nella relazione, nel 2024 i club inglesi hanno prodotto ricavi per 7,5 miliardi di euro, contro i 2,9 miliardi della Serie A.
Per il calcio italiano il problema non è smettere di investire, ma farlo in modo sostenibile. I risultati sportivi possono portare nuovi incassi, ma una squadra troppo costosa rischia di obbligare il club a vendere calciatori a ogni sessione di mercato per riuscire a mantenere in ordine i conti.
Fonti: Relazione Annuale 2026 della Commissione indipendente e Gazzetta dello Sport.
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