I CPI e il rompicapo sul reddito di cittadinanza.
I CPI e il rompicapo sul reddito di cittadinanza.
I CPI e il Reddito di cittadinanza, hanno fatto discutere tantissimo dalle elezioni di marzo a oggi. Se ne parla praticamente ovunque e, tra sostenitori e oppositori le lunghe considerazioni sui pro e contro porta i vertici a discutere animatamente.
Le perplessità maggiori insorgono anche sui Cpi, che in conformità a alcune verifiche sono inadeguati ad accogliere l’avvento del nuovo sussidio.
CPI – Le modifiche e la situazione generale.
Sul RDC è stato, in sostanza detto tutto. Di sicuro andrà ai poveri ma anche a giovani volenterosi che intendono uscire dallo stato di disoccupazione. Però, come più volte il vicepremier Luigi di Maio ha sottoscritto, il sussidio non andrà a chi non vuole darsi da fare. Per intenderci, chi pensa di starsene sul divano a percepire il reddito, deve rivedere i suoi conti.
Il reddito, che per l’opposizione mostra meccanismi poco chiari, si basa come sanno tutti su 780€. Queste sono erogate a coloro che rientrano nei parametri decisi dal governo.
Ma bisogna tener conto che se un disoccupato rifiuta per più di 3 volte un lavoro, il reddito sarà categoricamente eliminato.
Il problema alla base di tutta la questione, sono proprio i centri per l’impiego perché rischiano di far diventare il reddito come una sorta di questua.
L’insieme dei meccanismi che muovono oggi i cpi, consta di 552 uffici sparsi sul territorio italiano.
Vi lavorano circa 8 mila dipendenti, un numero troppo basso perché renda attivo il sussidio che arriverà a marzo 2019. Salvo imprevisti.
In questo modo, quelli che sono soldi pubblici rischiano comunque di andare a persone che non saranno mai assunte. In quanto, allo stato attuale dei fatti, risulta che i Cpi non trovano effettivamente lavoro.
Il sistema dei centri per l’impiego, non è adeguato ad affrontare l’entità di lavoro che sta per piovergli addosso. Come dire che la domanda supera l’offerta.
Secondo una recente statistica circa il 3% di coloro che trovano lavoro è passato per il centro per l’impiego. Un numero considerevolmente basso.
Il restante (eliminando la fascia di disoccupazione) ha trovato lavoro tramite passaparola.
I Centri per l’Impiego sono gestiti dalle regioni, raramente dalle province e questo per l’Italia rappresenta un’anomalia.
Cpi il modello italiano a confronto.
Osservando attentamente il modello che si trova nei paesi europei, notiamo subito la differenza che c’è con l’Italia.
Ciò che abbiamo ereditato dal federalismo, porta ogni centro per l’impiego a comportarsi in totale autonomia. I dipendenti non rispondono allo Stato bensì alla Regione.
Altro aspetto è che, dal 2018, circa 235 milioni di euro, sono assegnati dallo Stato ai centri per l’impiego.
Burocrazia, poche risorse e mancanza di organizzazione tra enti, porta il vecchio collocamento a un insuccesso.
Per quanto riguarda le competenze, neanche a parlarne. I centri per l’impiego, a seguito del Job Act Renziano, devono portare elasticità e migliorie, ma mantenendo lo stesso vecchio approccio burocratico si sono rivelati peggio.
Da una prima analisi condotta, risulta che il personale andrebbe riqualificato. In più per accogliere il rdc, i dipendenti dei centri per l’impiego dovrebbero essere molti di più.
Se poi consideriamo che la Germania ha circa 100 mila dipendenti, la Francia 45000, Regno Unito 60 mila. La media risulta inferiore allo standard Europeo.
Osservando le strutture dei nuclei, dal locale fisico alle nuove tecnologie impiegate (sistemi informatici ecc.), essi sono del tutto insufficienti.
Mancano ovviamente i collegamenti con le banche dati dell’INPS o dell’Anpal (agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro).
Gli attuali CPI sono automi. Spesso non hanno assolutamente presente chi hanno difronte. Quindi chi va a chiedere un lavoro o, il sussidio di disoccupazione si trova impossibilitato all’attivazione stessa.
Ai disoccupati, oltretutto, non è proposto nessun tipo di lavoro fuori Regione.
Se ne deduce che non avendo un quadro generale della situazione, il disoccupato è alle strette. Risulta che la macchina dei centri per l’impiego non funziona assolutamente.
Il Ruolo dell’INPS
In Italia, il sussidio di disoccupazione è libero arbitrio dell’INPS. Mentre per quanto riguarda l’estero, è erogato direttamente dai centri per l’impiego che conoscono, in teoria, la storia della persona.
L’INPS dovendo gestire questi soldi, non si rende conto della realtà effettiva delle cose. Quindi lavora in erogazione meccanica.
Il CPI, conosce il candidato. Lo segue dall’inizio. Sa chi è. Ma soprattutto è consapevole del tipo di percorso che sta affrontando. Può tenerlo sotto controllo e provare a formarlo e riqualificarlo.
Sulla formazione interinale e, il diritto al lavoro è ripetuto che un accordo tra stato e regioni è fondamentale.
Bisogna realizzare un modello unico, un qualcosa che sia comune a tutte quante le Regioni, dove sussiste un modello gerarchico. Chi si occupa di accoglienza e formazione di un primo impiego, non può occuparsi di altre fasce.
Bisogna imparare a gestire i diversi settori perché occuparsi di tutto e gestire più aspetti contemporaneamente con poco personale è impossibile.
In Germania, per mettere a regime l’Agenzia Nazionale per il lavoro ci sono voluti ben 5 anni e di conseguenza l’ente si trova a gestire 50 miliardi di euro.
Si evince dal RDC (e dalle informazioni dei giorni scorsi sugli uffici territoriali), che saranno convogliati 2 miliardi di euro per le risorse. Ma nel nostro paese il passaparola resta al primo posto.
In Italia abbiamo 552 cpi. Circa 7934 operatori sono assunti a tempo indeterminato. Solo 686 a tempo determinato.
Cpi: ricollocamento e rafforzamento.
I numeri parlano chiaro. Ci vuole il rafforzamento dei centri per l’impiego.
Considerato indispensabile per la gestione del reddito di cittadinanza.
Nella sua declinazione contestuale, l’obiettivo principale è quello di ricollocare i disoccupati nel mercato del lavoro. Poi integrare, ovviamente il reddito per cercare di portare tutti sopra la soglia della povertà.
I CPI devono poter assicurare tutto questo. Ovvero la riqualificazione di disoccupati con percorsi integrativi formativi e offrire loro le tre famose offerte di lavoro.
Questa prestazione economica è il fulcro sul quale si basa il reddito di cittadinanza.
Se Consideriamo che circa 2 miliardi, dei Famosi 9 destinati al reddito di cittadinanza, servono a questo scopo, bisogna essere pronti per il prossimo mese di marzo.
Affermare che i CPI hanno intermediato appena il 3% dei nuovi inserimenti lavorativi, a fronte del ben 33% realizzato da reti familiari e personali, il tutto porta a grandi perplessità.
Le ricerche al momento si muovono su un unico punto. L’inadeguatezza di queste strutture.
Questo, di base è il reale motivo per il quale il Job Act ha segnato il più evidente fallimento. Per l’incapacità di costruire la sua rete nazionale dei servizi per il lavoro.
In ultimo, un valido aiuto è di inserire operatori accreditati dalle Regioni con un reale Inquadramento di competenza .
Note dolenti
In merito al reddito di cittadinanza ricordiamo, che chiunque usufruirà del sussidio, sarà monitorato. Gli acquisti dei destinatari del reddito, saranno tracciati. Per tenere conto dell’uso che faranno del sussidio.
Pervenuta la notizia, gli oppositori hanno parlato di “grande fratello”. Sostenendo che per €780 non bisogna essere monitorati o controllati come cavie 24 h su 24h.
Si parla di geocalizzazione e di controlli effettuati con un software, che studia le informazioni concernenti dallo spostamento del beneficiario, al suo stato di salute.
Ma l’idea di fornire un Identikit completo di ogni individuo coinvolto nel reddito, non è piaciuta.
Si parla già di violazione della privacy.
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