Paolo Ruffini a Domenica in

Domenica In, Paolo Ruffini: “Papà morto 2 mesi fa, ero nel letto con lui”

         
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Dopo Raoul Bova (il nuovo Don Massimo nella serie tv Rai Don Matteo), ospite del salotto televisivo di Mara Venier a Domenica In è stato Paolo Ruffini, che ha raccontato alcuni dei momenti più intimi e toccanti della propria vita.

Paolo Ruffini parla della morte del padre a Domenica In

Per il comico toscano questo è un “momento della mia vita in cui mi tocca diventare forse più grande e crescere“, ha ammesso con una velata amarezza Ruffini. Da due mesi l’ex compagno di Diana De Bufalo ha perso il padre.

E’ stato con mia madre per quasi 63 anni” ha detto l’attore. Il padre di Paolo è venuto a mancare il 22 febbraio scorso: “C’è una grande somiglianza di occhi, se ne è andato alle 5 del mattino ed ero nel letto con lui dopo una serata ferocemente meravigliosa piena di preghiere, di scuse e ringraziamenti. Gli ho messo il rumore del mare sotto il cuscino“.

Poi l’artista ha proseguito raccontando di essersi reso conto che proprio il padre, senza che lui se ne accorgesse, lo ha messo sulla strada della crescita e della maturità. Il papà di Ruffini era malato di diabete.

La sindrome di Up

Il protagonista di Colorado (condotto al fianco di Belen Rodriguez) negli ultimi anni si è messo in gioco mettendo su una compagnia teatrale formata da ragazzi Down. Un’esperienza che lo ha arricchito e lo ha portato a nuove riflessioni, sintetizzate tutte in un bellissimo libro: “La sindrome Up“.

Siamo tutti fatti per essere felici e non per essere normali: questa è la sintesi del libro di Paolo Ruffini. “Loro mi hanno insegnato che trovare la felicità è semplice”, ha ammesso il comico per poi aggiungere “Semplice non vuol dire facile, vuol dire semplice. E’ stato come fare un viaggio e ho voluto raccontarlo nel libro”.

Tra gli altri progetti in atto di Paolo Ruffini anche “PerdutaMente“, un lavoro incentrato sull’Alzheimer. In una passata intervista l’interprete diceva: “Non esistono malattie belle, ma l’Alzheimer ha una sua forma lirica”.

Proseguendo poi: “La sua ferocia sfocia nel sublime: “Io non so chi sei, ma so che ti amo”. Come se la malattia non riuscisse a intaccare veramente tutto. Ti porta via la vita e la memoria, ma non l’anima e l’amore. E c’è un legame molto stretto con il cinema, che è la maniera migliore di trattenere un ricordo”.

Autore dell'articolo: Maria Zangrillo