L'aquila 10 anni dopo

L’Aquila 10 anni dopo dalla voce di un’aquilana

         
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L’Aquila 10 anni dopo: l’anniversario del sisma. Era il 6 aprile 2009 quando, alle 3.32, la terra del capoluogo d’Abruzzo tremò

Quella terribile notte del 6 aprile, il terremoto spezzò la vita di 309 persone: L’Aquila 10 anni dopo com’è, com’era e come potrà essere.

Domande che ci siamo posti come fosse un viaggio; un viaggio fatto con chi lì ci vive e ci lavora ancora.

Abbiamo infatti dato voce ad Angela Ciano, giornalista e cittadina de L’Aquila, che ci racconta così questi anni

L’Aquila 10 anni dopo è ancora una grande incognita.

Questa città in questi anni è stata tutto: dolore e morte, perdita e disperazione, dubbio e certezza, rovine e macerie, cantieri ed operai, rumori ed odori sempre diversi.

Ma per me fin dalla mattina del 6 aprile 2009 è stata speranza.

Ho sempre visto la mia città cambiare volto di mese in mese; ho visto nel luogo ferito a morte e piegato dall’ennesimo durissimo colpo di Madre Natura, la forza del suo rinascere.

Certo poi il fattore umano conta, moltissimo.

Per questo la paura profonda di noi aquilani è di non essere all’altezza della sfida che la ricostruzione della nostra città ci lancia.

Dopo 10 anni però qualche bilancio si può iniziare a tracciare ed è un resoconto con molte ombre e poche luci.

Perché il molto che è stato fatto finora ha richiesto grandi sacrifici a chi ha scelto di restare qui.

Sacrifici in termini di qualità della vita, di opportunità per se stessi e i propri figli, per i tanti perché che quotidianamente ti fai.

Ecco, la vita a L’Aquila è fatta di tutto questo; per usare una metafora è un misto di polvere dei cantieri e di bellezza di ciò che rinasce, che però lascia spesso l’amaro in bocca.

Perché se il tessuto storico e urbano del centro sta tornando a splendere in tutta la sua preziosità, al contempo non sappiamo cosa ne sarà di questi luoghi maestosi.

I tanti palazzi che recano nomi di una storia gloriosa e secolare: Cappa, Camponeschi, Cappelli, Fibbioni, Ardinghelli e così via, cosa diventeranno?

Da questa domanda dipende il futuro di tutti noi che siamo rimasti e soprattutto dei nostri figli ai quali abbiamo il dovere di lasciare il diritto di scelta.

Non obbligarli ad andare via perché la loro città non gli offre un futuro. 

Ecco mi piacerebbe che questo anniversario che stiamo per commemorare possa portare un messaggio in più.

Oltre quello del ricordo doveroso per chi non c’è più, oltre quello della memoria di ciò che è stato per non ripetere più gli stessi errori in futuro, oltre quello della tenerezza per la nostra città che non esiste più.

Un messaggio che possa esserci veramente speranza per un futuro possibile a L’Aquila.

Ecco, per me il 6 aprile 2019 e i giorni a seguire dovranno servire a questo: iniziare a progettare e disegnare il nostro domani.

Scrivo questo perché per noi aquilani ogni 6 aprile è soprattutto un giorno di rinascita, come se fosse un secondo Natale anche se non di festa.

Per questo i desideri e le aspettative sono tantissime; spesso sono disattese da chi ha il dovere morale di progettarli, renderli reali.

L'Aquila 2019-2019
L’Aquila 2019-2019

Invece la ricostruzione che va avanti tra alti e bassi, tra inchieste e polemiche, sembra non tenere conto di queste esigenze.

Altrimenti come si spiegherebbero tutti i cartelli vendesi o affittasi che spuntano numerosi su gran parte degli edifici rimessi a nuovo?

Come si spiegherebbero le proteste di pochi coraggiosi commercianti che hanno azzardato il rientro in centro storico e che stanno soccombendo a causa della mancanza di clienti?

Come si spiegherebbero il fiorire, sempre in centro storico, di ristoranti, pub, birrerie, vinerie e cose di questo genere?

Dieci anni non sono molti per ricucire il tessuto di una città tanto profondamente lacerato da venti secondi di terrore.

Mi dico che bisogna essere pazienti perché ogni tessera del complicato puzzle della ricostruzione de L’Aquila, delle frazioni e dei centri minori, tornerà al suo posto in tutte le sue sfaccettature.

Ma non senza un progetto su cosa farne di questo puzzle negli anni a venire.

E’ in tutte queste domande c’è il perché più duro da mandare giù risale dal cuore: perché non sono andata via subito?

Ora forse la mia vita e quella della mia famiglia sarebbe più semplice.

Mia figlia che all’epoca del sisma aveva solo 4 anni, sarebbe diventata cittadina di un altro posto invece che abitante dell’Aquila.

Questi 10 anni sarebbero stati più facili e forse avrei qualche ruga e qualche capello bianco in meno.

Il dolore e il senso di perdita che ancora mi accompagnano sarebbero stati gli stessi anche vivendo altrove.

Allora sto qui e continuo a fare la mia parte, grande o piccola che sia.

L’Aquila 10 anni dopo, continuo a progettare la mia vita e a partecipare a quella della comunità; a guardare al domani con un punto di vista diverso, con un orizzonte insolito.

Non quello che prevedevo prima del 6 aprile 2009.

No, quello di oggi è fatto di gru e cerca di assaporare ogni centimetro di città che si torna a vivere; anche se la gioia di ogni ritorno lascia l’amaro in bocca di un’aspettativa mancata.

Tornare a vivere i luoghi amati, dopo quello che è accaduto nel 2009 e dopo 10 anni, non è riallacciare il filo della vita interrotto da una manciata di secondi.

No, è un’altra cosa, un’altra vita e un altro domani.

Questa è la lezione più difficile da imparare.

 

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Autore dell'articolo: Francesca DI Giuseppe

Francesca Di Giuseppe, nata a Pescara il 27 ottobre 1979, giornalista e titolare del blog Postcalcium.it. Il mio diario online dove racconto e parlo a mio della mia passione primaria: il calcio Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Teramo con una tesi dedicata al calcio femminile. Parlare di calcio è il mezzo che ho per assecondare un’altra passione: la scrittura che mi porta ad avere collaborazioni con diverse testate giornalistiche regionali e nazionali.