Mimmo Locasciulli ci parla della sua carriera, del nuovo libro, del nuovo disco e del videoclip dell’ultimo singolo
Mimmo Locasciulli: uno dei più grandi cantautori della musica italiana ci parla della sua carriera, del nuovo libro, del nuovo disco e del videoclip dell’ultimo singolo in questa intervista esclusiva in occasione della presentazione del suo ultimo libro, “Come una macchina volante” al Fla.
Parlaci degli anni del Folkstudio… che atmosfera si respirava in quel locale in cui nacquero tanti talenti musicali?
A ripensarci oggi mi sembra un’enormità di cose… Quando ho vissuto quel periodo mi sembrava una normalità di cose. Nel senso: c’erano ragazzi, più o meno della mia età, più grandi o più piccoli, che con estrema naturalezza si portavano il proprio strumento, si sedevano su un seggiolone, a un metro dal primo spettatore (si cantava senza microfono) e così senza alcuna velleità di grandezza, di successo di autoreferenzialità era lì semplicemente che proponeva le sue canzoni o il suo modo di suonare. C’erano anche dei musicisti non cantanti. Allora per me era una cosa molto naturale. Oggi mi sembra una cosa enorme perché così si è cresciuti, così ci si è confrontati, abbracciati l’uno con l’altro senza rivalità, senza secondi, terzi o quarti fini e quando ripenso a quel tempo credo anche al fatto che di tutte le persone che ho frequentato, se non in termini di amicizia anche in termini di semplice frequentazione o occasionali incontri, io non mi ricordo una persona che non abbia fatto cose belle nella vita.
Al di là della musica, persone che hanno costruito in maniera esemplare o dignitosa o fruttuosa la propria vita. Quindi era un luogo dove evidentemente si cresceva bene.
Hai collaborato con tanti artisti in passato… Con quali vorresti unire le forze in futuro per un tuo brano?
Non ho mai obbedito agli ordini di scuderia di direttori artistici che mi consigliavano questo o quell’autore o quel cantante; io ho sempre scelto, anzi ho fatto dei blitz anche per imporre la prima collaborazione con Ruggeri, la prima con i Cetra, ho fatto dei veri e propri blitz perché se ragioni con i termini in cui ragionano le case discografiche stai sempre a fare le collaborazioni del sabato al mercato… Non mi piacciono insomma… Tutte le persone che ho incontrato mi hanno dato qualcosa. Io ho ricevuto molto non soltanto da artisti affermati ma anche dai musicisti, dall’amicizia, dalla sincerità con cui almeno il 90% dei musicisti ha dato il loro sapere, la loro sensibilità alle mie canzoni. Ci sono i turnisti sterili e ci sono i musicisti creativi. Se posso sintetizzare mi piacerebbe rifare tutto con tutti.
Chiamarti cantautore sarebbe piuttosto limitante… Come definiresti il tuo stile capace anche di abbracciare generi differenti?
Cantautore non è limitante… Io intendo la canzone d’autore, non il cantautore; perché oggi cantautore è chiunque in un team di 15 persone ci metta la firma: quello passa per cantautore. Il cantautore nell’accezione classica è uno che scrive canzoni d’autore e io non è che ho scritto tutte canzoni d’autore. Ho scritto anche canzoni molto “stupidine”. Non credo che “Pixi Dixie Fixi” o che “Buoni propositi” siano canzoni d’autore. La canzone d’autore è la testimonianza del tempo che vivi, filtrato tutto attraverso la tua sensibilità, il tuo senso critico, la tua partecipazione, il tuo rifiuto alle cose che vivi. Quella è la canzone d’autore. Questo sarebbe un po’ limitante per me perché io sono arrivato alla canzone d’autore dopo aver fatto intanto gli studi classici da bambino, dopo aver suonato il Beat, il Rock per tutta la mia adolescenza e giovinezza e poi arrivato al Folk (appunto al Folk Studio) e successivamente con la canzone d’autore. Per me la canzone d’autore deve rappresentare il tempo che l’artista vive per cui se oggi sento ancora qualcuno con la chitarra un po’ scordata, con tre accordi traballanti che canta “quanto sono felice di essere sfigato” per me quello non è un cantautore. Oggi il cantautore che rappresenta questo tempo può essere Frankie Hi Nrg
Che ha collaborato anche con te…
Esatto… Oppure Caparezza… Al di là di questo potrebbe collaborare con me anche un musicista classico, anzi ne sarei orgoglioso; rappresentare oggi il tempo che è scandito da un ritmo, oggi il tempo va veloce, oggi esso non ti concede di rattrappirti nella tua tristezza o nella tua malinconia . Hai momenti malinconici, hai momenti tristi ma per la sintesi che ti impone il tempo, di racchiuderli in una frase non in un album ad esempio.

Mimmo Locasciulli e il cantautore e giornalista musicale Paolo Tocco ospiti del Fla
Tra i tuoi dischi c’è anche una colonna sonora per il film “La vera vita di Antonio H.”. Qual è il tuo rapporto con il cinema?
Oggi è sofferente. Da ragazzo quando studiavo a Perugia, nei successivi anni romani guardavo anche due film al giorno, scrivevo le mie recensioni, le confrontavo con quelle che leggevo sui giornali. Addirittura pensavo, quando non immaginavo di aver avuto uno sbocco nella musica, come attività collaterale alla medicina di poter fare il critico cinematografico. Mi piaceva molto e mi piace tuttora il cinema d’essai, quello italiano degli anni sessanta e settanta, quello impegnato, il thriller fatto bene. Continuo a preferire i grandi autori che ogni volta anche oggi, magari con più mestiere, più omogeneizzazione se vuoi, però raccontano una cinematografia che invece in tanti tentativi di avanguardismo o di speculazione dei tempi forse è andata un po’ perduta.
E quale quello con la letteratura, dato che oggi sei qui a presentare anche il tuo nuovo libro?
Vengo dalle letture fondamentalmente dei classici , diciamo degli autori francesi, perché nel mio corso di studi ho privilegiato la lingua francese rispetto a quella inglese. Quindi diciamo che ho delle lacune pesanti nei confronti della letteratura anglosassone, ma più pesanti nei confronti di quella russa e devo dire che vorrei riuscire a colmare anche quelle lacune della letteratura italiana. Ci sono degli autori che non conosco bene ma che vorrei conoscere alla perfezione, per esempio Italo Calvino, di cui ho letto pochissime cose perché l’ultimo libro italiano, diciamo non degli attuali, ma dei classici che ho letto (tra l’altro un anno e mezzo fa o forse addirittura due) è “Il Notturno” di D’Annunzio. Non leggo generalmente i viventi, faccio delle eccezioni come ho fatto per il Premio Nobel Patrick Modiano o per Donatella Di Pietrantonio, che è una compaesana ma di cui avevo tanto sentito parlare, il cui libro è affascinante, avvincente (“L’arminuta”). Leggo poche altre cose ma soprattutto non ho più il tempo di leggere quello che leggevo da ragazzo. Sino al tempo dell’università ho letto l’inverosimile, oggi per me è un privilegio riuscire a leggere tre libri l’anno.
Ho già avuto modo di vedere il tuo nuovo videoclip, “Cenere” con il grande Alessandro Haber. Com’è nata l’idea di questo direttore d’orchestra nelle montagne?
Devo dire che con Haber naturalmente c’è un’amicizia, una frequentazione, affetto e stima reciproca. Lui ogni volta che può mi mostra quella sua bizzarra forma di gratitudine anche molto profonda per il fatto che avrebbe sempre voluto cantare, ma nessuno aveva mai avuto il coraggio di spingerlo fin lì. Io ho avuto il coraggio di produrgli e registrargli due dischi, di chiedere a Francesco De Gregori una canzone intitolata “La valigia dell’attore”per il suo debutto canoro. E ho anche avuto il coraggio di farci un paio di tournée, per cui anche quando è stata la sua storia cinematografica “La vera vita di Antonio H.” lui ha voluto che fossi io a scrivere la colonna sonora.
Veramente gli avevo chiesto un cameo per questo videoclip, ma la sua generosità è andata oltre perché al di là dell’impazienza “andiamo a mangiare, andiamo a mangiare”, però poi abbiamo girato liberamente per quindici / venti minuti e alla fine quando abbiamo fatto i conti e abbiamo detto “questo è quello che abbiamo girato” lui mi ha detto “metticelo tutto perché mi piace tutto quanto”. Quindi ancora una volta ha confermato questa sua grande generosità.
Nella tua discografia mi colpirono molto due dischi in particolare, “Sognadoro” e “Intorno a Trent’anni”. Puoi dirmi come nacquero?
Qui parliamo della paleontologia… “Intorno a Trent’Anni”: la canzone nasce in un modo, il disco è lo sviluppo di un’idea su una canzone. “Intorno a Trent’Anni” in effetti era nata come una canzone di mia personale protesta verso il momento che era arrivato di girare pagina tra i ventinove e i trenta. Era un po’ come dire non mi va di andare nella colonna dei trentenni perché a quel tempo i trentenni erano un po’ invasi e pervasi dall’edonismo reaganiano e quindi iniziavi a vedere quei trentenni con i Rolex e quei nodoni di cravatta (chi si inventava questo e quell’altro); per me il trentenne entrava in una società produttiva che non mi piaceva anche se erano già anni che lavoravo in ospedale e avevo già una famiglia però era non strutturata verso quel binario ideologico o comunque di costume o di modo di essere o di fare. Per quello ho cominciato a scrivere quella canzone. Poi quando scrivi le canzoni tu sai da dove parti ma non sai mai dove arrivi: è un po’ come scrivi o guidare da ubriaco più o meno. E’ diventato un inno generazionale.
“Sognadoro” è invece nato in una maniera diversa perché, dopo il successo di “Intorno a Trent’Anni”, la casa discografica (non era passato neanche un anno) mi disse ritorna in sala di registrazione e vai a fare un disco nuovo. Io che non sono un mestierante, prima di scrivere delle canzoni ci metto tempo, mi deve venire l’ispirazione, non sono capace di stare lì come dentro a un ufficio e fare lavoro d’ufficio. Per cui sono andato in sala di registrazione e sono rimasto tre mesi con dei turnisti, dei musicisti , la ritmica ecc ma non ho tirato fuori neanche una canzone. Un po’ l’abbozzo di “Pixi Dixie Fixi” che poi non è stata neanche la versione definitiva. Per cui sono andato dal discografico e gli ho detto “guarda che così non sono capace di lavorare, per cui mi dai ancora un po’ di tempo, se riesco a scrivere delle canzoni dentro casa poi vengo in studio con il mio produttore (che era già Francesco de Gregori) come in “Intorno a Trent’Anni””; infatti poi in un mese abbiamo fatto il disco.

Come è nato invece “Cenere”? Che sorprese ci riserva?
“Cenere” al contrario di quello che può suggerire la parola è un disco luminoso. Intanto è un disco di musica perché io mi reputo molto un musicista dove c’è una summa diciamo di quella che è la musica che mi ha ispirato e mi ha contaminato Ho cominciato con il classico e sono passato al Beat, al Rock e al Folk, poi il cantautorato, poi sconfinamenti nel Blues e nel Jazz, ho fatto un disco addirittura di tutta musica elettronica con tutti strumenti elettronici… Qui in questo disco c’è tutto questo percorso. Quindi c’è la canzone di stampo Folk , quella di stampo Beat, quella di stampo Blues, addirittura c’è l’ultimo pezzo che è “Il Fuggiasco e l’alba” dove io praticamente recito, non canto, ma c’è tutto un tessuto musicale addirittura di Free Jazz.
Quindi possiamo definirlo il tuo disco più eclettico?
Forse il più completo, quello che mi rappresenta meglio. Perché ogni disco che ho fatto ha avuto delle peculiarità che si fermavano alla peculiarità. Qui intanto c’è amplissimo spazio alla musica ma c’è comunque un tessuto diciamo lirico di testi che forse raggiunge il livello di quello che per me a livello di testi era il disco più bello e cioè il precedente, “Idra” al quale mi pare possa essere equiparato.
Cosa ci riserva invece il futuro artistico di Mimmo Locasciulli?
Sentivo l’esigenza ancora di raccontare qualcosa perché a dispetto dell’età anagrafica ho un’età biologica che ancora mi spinge a fare programmi, a cercare avventure, sfide… Però poi c’è il muro contro cui spesso vado a cozzare e che a me piace fare i dischi con i musicisti bravi, con gli arrangiamenti studiati, che sottolineino gli stati d’animo, le parole ecc. Mi piace investire tempo e denaro sulla qualità delle registrazioni, sul mixaggio, sul mastering ecc per ascoltare i miei dischi come io amo ascoltarli. E’ certo che poi pensare che tutto questo lavoro non serva a niente per l’80% dei consumatori della musica oggi; ci sono quelli che ascoltano qualunque genere di musica, sono onnivori, vanno con la cuffietta sulla metropolitana o sull’autobus questo mi scoraggia molto…
Un saluto ai nostri lettori…
Perchè no… Io adoro tutto ciò che non è conforme allo status quindi perché no… Vi abbraccio tutti quanti… Continuate a sentire, a leggere, ad ascoltare, a vivere e a far palpitare i vostri cuori perché va bene così…
Si ringraziano per la gentile collaborazione lo staff del Fla e l’ufficio stampa dell’artista
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