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Stop alla violenza di genere, intervista a Emanuela Di Marco

         
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Stop alla violenza di genere, intervista a Emanuela Di Marco. La fisioterapista e Covid Manager della Abba Pineto Volley, racconta le donne

Dire stop alla violenza di genere, bisogna mettere in pratica le parole ed è per questo che è importante una giornata come quella del 25 novembre.

In questa intervista gentilmente concessaci da Andrea Iommarini, si racconta una donna che lavora nello sport, in una squadra maschile militante in Serie A: Emanuela Di Marco.

Ciao Emanuela cosa vuol dire essere unica donna in una quadra tutta maschile? Ma, soprattutto, esistono discriminazioni nel suo campo?

Essere l’unica donna in una squadra maschile? Vuol dire tanto perché non è facile entrare nel professionismo a livello maschile anche se oggi, rispetto a 10 anni fa, sono molto più frequenti i casi i cui le società affidano il ruolo di fisioterapista a una donna. Le discriminazioni esistono in primis perché lo sport maschile è molto più prestigioso e retribuito rispetto al femminile; quindi anche a livello di staff i professionisti sono pagati in base a questa differenza perché ovviamente ci sono investimenti diversi. Nello sport forse le donne non sono viste di buon occhio semplicemente perché a volte dire donna vuol dire delicatezza e poca forza che invece con delle tecniche professionali, si può sopperire. Vorrei aggiungere e sottolineare che nel mio ambiente è stato facile inserirsi perché sia atleti che collaboratori rispettano la figura della donna tutti i giorni.

Stop alla violenza sulle donne, come descriverebbe la situazione sul nostro territorio?

La violenza sulle donne, considerando che a livello nazionale muore una donna ogni tre giorni, è grave; poi va considerato che se non si tratta di omicidio purtroppo non si parla e le denunce sono sempre troppo poche.

Quando parliamo di violenza, sulle donne ma non solo, non ci riferiamo solo alla violenza fisica, ma anche a quella psicologica, verbale, sessuale… Quando, dunque, una donna si definisce “vittima di violenza”?

Una donna è vittima di violenza quando subisce un’ingiustizia gratuita, una mortificazione, quando il solo fatto di essere donna è discriminante, questo per me è violenza. Quando non si sente libera di vivere la propria vita professionale, personale, di vivere le proprie passioni; di vestirsi come ritiene opportuno, quando subisce battutine a approcci gratuiti.

Ad alcune donne capita di subirle senza riconoscerle come tali, o senza volerle riconoscere come tali. Come si spiega questo fenomeno e come si sta cercando di correggerlo?

Alcune donne non riconoscono di essere vittime di violenza per un bagaglio culturale errato che ci portiamo dietro da anni; un fardello culturale che è la società patriarcale che dovrebbe essere invece già superato nel 1948 quando le donne hanno ottenuto il diritto di voto.

La quarantena ha costretto voi, come moltissime altre realtà in tutto il mondo, ad apportare delle modifiche al modo in cui operate. Che cosa è cambiato per voi? E che cosa invece è cambiato per le donne vittime di violenza costrette a restare a casa?

La quarantena è stata complice dell’omertà che porta tante persone a non denunciare perché se la violenza verbale e psicologica non viene fuori, quella fisica lascia dei segni quindi, per quanto si cerchi di coprire, a volte sono molto evidenti. Il fatto di essere costrette a vivere chiuse in casa, in primis ha permesso a tanti uomini di restare impuniti, in secondo luogo ha condannato purtroppo tante donne a subire sempre di più perché la convivenza prolungata e un alto livello di stress, porta all’esasperazione di parecchi stati emotivi. Il lockdown quindi è stato un momento davvero duro per tutto quelle donne che vivono in una situazione famigliare complicata.

Autore dell'articolo: Francesca DI Giuseppe

Francesca Di Giuseppe, nata a Pescara il 27 ottobre 1979, giornalista e titolare del blog Postcalcium.it. Il mio diario online dove racconto e parlo a mio della mia passione primaria: il calcio Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Teramo con una tesi dedicata al calcio femminile. Parlare di calcio è il mezzo che ho per assecondare un’altra passione: la scrittura che mi porta ad avere collaborazioni con diverse testate giornalistiche regionali e nazionali.