Attilio Alessandro Ortolano, una dimensione metafisica abitata da emozioni

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“Il cuore che abito- Altrove si ride” è il secondo romanzo del giovane scrittore ortonese Attilio Alessandro Ortolano. Reduce dal successo del romanzo “Bellezza e Crudeltà” col quale ha ottenuto molteplici riconoscimenti, Attilio Alessandro ritorna a parlare di emozioni presentando un’avventura metafisica dalle tematiche esistenzialiste che induce il lettore a riflettere sulla propria dimensione umana e sul potere delle emozioni.  “Il cuore che abito. Altrove si ride”, edito dalla casa editrice La Gru, ha come protagonista Ludovico, un imprenditore e filantropo italiano che dopo un incidente si riscopre in una dimensione parallela, oggetto di un esperimento scientifico ideato dal dottor Willis, ex collaboratore delle forze operative speciali contro il bioterrorismo. Grazie a questa avventura Ludovico si ritroverà a ricostruire la sua identità recuperando il passato e affrontando un presente tutto nuovo, in una dimensione inedita che non risparmia sorprese ed emozioni.

 

In questa esclusiva intervista il giovane scrittore, Attilio Alessandro Ortolano ci parla del mondo delle emozioni che è una costante nella sua “missione” di scrittore e di come proprio la scrittura dia un valore speciale all’esistenza di un individuo.

 

1) Com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo fantasy intitolato “Il Cuore che abito”?

Non ricordo mai come nasce l’idea di scrivere un romanzo, perché quando capita penso di essere solo alle prese con un progetto personale: una ispirazione che cerco di trasformare in parole. Non so se nel momento in cui lo faccio ci riesco bene o no. Il mio intento è provare a migliorare ogni giorno. Ho la fortuna di poter scrivere e quindi lo faccio. Così cerco di spiegarmi il mondo e cerco di bloccare il flusso dei pensieri. Non credo che da solo avrei la capacità di imbalsamare quello che mi passa per la testa, la penna mi aiuta, è una salvezza. 

2) Questo libro offre tanti spunti di riflessione su tematiche esistenzialiste come l’importanza dei ricordi che consentono di delineare l’identità del Sé. Che ruolo ha per te il passato? 

Il passato è come un rifugio che non ci appartiene più ma ci ha segnato. Per me il passato ha un ruolo secondario rispetto al presente ed è perché so di averlo vissuto con una coscienza diversa da quella attuale. Credo comunque che non arriviamo mai in un posto per caso e la nostra famiglia, amici, fratelli, non sono mai casuali. Quello che è in nostro potere è capire perché ci troviamo dove siamo e come reagire a tutto ciò che ci capita. Se dovessi pensare al passato l’unica parola che mi viene in mente è gratitudine. Ricordo sempre da dove vengo e sono sicuro che tutti gli ostacoli mi hanno reso migliore. 

3) Il titolo del libro fa pensare ai “posti del cuore”, quelli che ci portiamo dentro ovunque andiamo e che scegliamo di abitare. Per te quali sono?

Non ho un posto preferito. Credo che effettivamente se dovessi cercare di scegliere un luogo parlerei di uno interiore, e di conseguenza non posso descriverlo. Il cuore che abito è un titolo che ognuno può interpretare a modo proprio e questa è una delle ricchezze di qualsiasi libro. L’autore può dare solo un piccolo spunto, una prospettiva. Il libro cresce con chi lo legge. Mi rendo conto di saperne meno dei lettori. Ricordo le emozioni e le sensazioni del momento in cui ho scritto, ma tutte le sfumature che emergono non potrei mai vederle da solo. Se dovessi scegliere di abitare un luogo che non esiste fuori ma dentro sarei sicuro di ritrovare un centro in qualsiasi momento: è questo che cerco. 

4) Il protagonista Ludovico alla fine della sua avventura “metafisica “si rende conto che ciò che fa la differenza nella vita umana sono le emozioni. Che ruolo hanno nella tua vita personale e professionale?

Se qualcosa non mi emoziona non la seguo. Se qualcuno non mi emoziona rischio di dimenticarlo. Non sono in grado di scrivere cosa sia per me l’emozione ma quando sento di essere al posto giusto e con le persone giuste qualcosa mi dice di continuare a correre su una strada. So che in questo modo posso realizzare tutto ciò che desidero. Tante delle cose che possiamo fare sono scommesse con noi stessi. Se uno crede che ciò che fa può diventare sempre più forte e vero, sarà così. 

5) Se anche tu come il protagonista del tuo romanzo scoprissi di essere un clone di te stesso e oggetto di un esperimento scientifico come vivresti questa esperienza?

Non posso essere sicuro di non essere anche adesso un esperimento. Nessuno può dirmi il contrario. Pensare di esserlo può aiutare a capire che il nostro tempo è limitato e che dobbiamo decidere noi come utilizzarlo. Scoprire di avere effettivamente un clone non cambierebbe questo. Qualche volta penso che ognuno ha esattamente il tempo che deve avere per lasciare una eventuale traccia. 

 

6) Quanto è cresciuto artisticamente Attilio Ortolano da “Bellezza e Crudeltà” a “Il cuore che abito”?

Non posso rispondere a questa domanda perché non sono io a determinarlo. Il mio intento è riuscire ad arrivare a più persone possibili perché non mi piace scrivere solo per me stesso. Ho un grande rispetto per la letteratura e credo che possa svincolare molte persone dalle loro fragilità. Se uno può in qualche modo provare ad aiutare un altro con qualche mezzo, deve farlo. Cerco come in ogni cosa di affinare lo stile e l’ordine in ciò che faccio, ad ogni modo si scrive meglio scrivendo e leggendo. 

7) Ogni scrittore porta con sé (in maniera inconscia) delle influenze artistiche di scrittori che ama. Quali sono i tuoi scrittori di riferimento?

I miei scrittori di riferimento sono i classici. Ho scritto il primo romanzo Bellezza e Crudeltà dopo aver letto Dostoevskij, Stevenson, Conrad, Calvino. Per me sono geniali ed allo stesso tempo li sento vicini per la loro anima, e di conseguenza sono contento anche se non ho potuto conoscerli. Credo che siamo collegati a distanza anche con chi non abbiamo mai conosciuto e con chi incontreremo nel futuro. La coscienza ha un tempo e dei luoghi sconosciuti e certamente non muore come il resto. A volte non leggo libri ma alberi e mari. 

8) Perché i lettori di Webmagazine24 dovrebbero leggere “Il cuore che abito”?

Perché ogni persona ogni giorno combatte una propria ma la letteratura ci insegna che nessuno è solo. 

Allego uno stralcio della prefazione:

Non è importante per me che chi legga queste parole ci creda o no. Anche tu sei collegato. Un libro è un modo per salvarsi, per congelare le emozioni umane. Ogni lettore può donargli nuovi occhi e nuove gambe. Riesco a capire qualche dettaglio del mondo solo così. Anche tu lo fai a modo tuo. Per chi ha una giusta sensibilità (ma non credo ne esista una sbagliata) è chiaro: nessuno vuole essere triste ma soprattutto non vogliamo che un nostro amico, familiare o uno sconosciuto sia triste. Questa è l’empatia del mondo: l’altro è te stesso. Se puoi, aiutalo. Se non puoi, almeno non ostacolarlo. Come umani, siamo mezzi per migliorare tutto quello che abbiamo intorno, e ci riusciamo ognuno con un proprio dono ed in modi differenti: scaliamo muri, camminiamo su vie scomode, resistiamo a diversi tipi di dolore. Continuo a pensare che se vuoi vincere (ed hai scelto il campo che ti senti assegnato), vinci. Ed in primo luogo è una sfida che ognuno combatte contro se stesso, per essere di aiuto agli altri. E’ una bella e luminosa strada. 

 

 
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Autore dell'articolo: Mariangela Cutrone

Mariangela Cutrone