Vita da infermiere

Vita da infermiere in una RSA del Molise, l’intervista

         
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Vita da infermiere in una RSA del Molise, l’intervista. Abbiamo raccolto le parole e le sensazioni di chi vive in prima linea questa emergenza da Coronavirus

Un respiro dopo due mesi in apnea, una luce dopo tanto buio: parliamo degli operatori sanitari, della vita da medico e della vita da infermiere in questa pandemia da Codiv-19.

Un’emergenza che ha cambiato abitudini di vita per tutti gli italiani e ha modificato i ritmi di chi vive in ospedale anche semplicemente nel vestiario.

Siamo infatti abituati a vedere il personale sanitario con mascherine, guanti, tuta e visiere; situazione alla quale dovremmo adattarci anche noi (guanti e mascherine).

Ecco dunque l’intervista a Stefano Nesta che lavora presso la Coop. A.S.S. a Sant’Elia a Pianisi (Campobasso).

Emergenza Coronavirus: com’è cambiata la vita di un infermiere professionista?

“Cambiata parecchio a partire da un carico di lavoro aumentato che, nel nostro caso, è stato dovuto a un paio di colleghi provenienti dalla zona rossa che abbiamo dovuto ovviamente sostituire con dei turni da 12 ore saltando il riposo. E’ mutata anche la quotidianità all’interno della struttura nel senso che prima usavamo come Dpi solo guanti mentre da circa due mesi siamo entrati nell’ottica di doverci proteggere anche con mascherine e camici specifici per la nostra sicurezza e quella dei nostri ospiti”.

Come vivono invece le famiglie l’impossibilità di fare visita a propri cari?

“Siamo chiusi dal 1° marzo e la quasi tutte le famiglie capiscono la situazione, telefonano spesso e a volte chiedono di fare videochiamate. Per questa ragione ho messo a disposizione il mio cellulare del figlio di un nostro paziente e, specie la sera, gli faccio salutare il padre. Sono più che altro gli anziani che, in alcuni casi, non riescono a comprendere questa situazione sentendosi soli. Questo dimostra come per gli anziani sia complicato rendersi conto di tutto questo e trovano in noi una famiglia; lo siamo stata ma se prima eravamo dei nipoti ora siamo super nipoti”.

Cosa vuol dire essere infermiere con una pandemia in corso?

“La cosa più importante credo sia il fatto che l’infermiere mette la sua vita e il tuo tempo a disposizione del prossimo. Per fortuna nella nostra struttura non si sono verificati casi di positività, ma quando vedo e sento di colleghi che hanno perso la vita per fare il loro lavoro, li ritengo davvero degli eroi”.

Quindi quando vi definiscono, insieme a tutto il personale sanitario degli eroi, è il giusto tributo.

“Sì, assolutamente. E’ una situazione particolare perché si ha a che fare con una malattia che noi stessi potremmo contrarre quindi deve avere livelli di concentrazione al massimo che, in turni di 12 ore, non è sempre lo stesso”.

A livello emotivo invece come vivi tu stesso questa situazione?

“Personalmente sono tranquillo in quanto ho la fortuna di tornare a casa e non avere nessuno ma penso a colleghi che a casa hanno una famiglia e la cosa diventa difficile da gestire a livello emotivo. Conosco colleghi che non tornano a casa ma dormono in hotel o in stanze di B&B. Sentivo in tv di un OSS che dorme in macchina per la sicurezza dei suoi figli”.

La prima cosa che vorresti fare appena tutto questo sarà alle spalle e si tornerà alla normalità?

“La normalità cioè prendere la macchina e fare un giro al mare oppure uscire a piedi e andare a prendere un caffè al bar”.

 

Autore dell'articolo: Francesca DI Giuseppe

Francesca Di Giuseppe, nata a Pescara il 27 ottobre 1979, giornalista e titolare del blog Postcalcium.it. Il mio diario online dove racconto e parlo a mio della mia passione primaria: il calcio Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Teramo con una tesi dedicata al calcio femminile. Parlare di calcio è il mezzo che ho per assecondare un’altra passione: la scrittura che mi porta ad avere collaborazioni con diverse testate giornalistiche regionali e nazionali.