Infezione Coronavirus: le tre domande a cui si tenta di rispondere

Infezione Coronavirus: le tre domande a cui si tenta di rispondere

         
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La convinzione comune consiste nel fatto di credere che una volta risultati positivi al Coronavirus, non ci si possa più infettare. Niente di più sbagliato. Non a caso, è recente la notizia di un uomo ad Hong Kong che è risultato nuovamente positivo al Coronavirus dopo alcuni mesi dalla prima infezione e successiva guarigione. A questo punto, l’infezione da Coronavirus continua ad essere sotto la lente di ingrandimento dei ricercatori. L’immunologo Akiko Iwasaki ha affermato di essere felice, in quanto la seconda infezione non ha causato sintomi a differenza della prima. Questo significa che il sistema immunitario risponde già dopo una prima infezione del virus.

Ma meno di una settimana dopo, il suo umore è cambiato. Gli operatori della sanità pubblica in Nevada hanno segnalato un’altra reinfezione, questa volta con sintomi più gravi. Possibile che il sistema immunitario non solo non fosse riuscito a proteggerlo dal virus, ma avesse anche peggiorato le cose? “Il caso Nevada non mi ha reso felice”, dice Iwasaki. Ancora una volta, ci si trova avanti a dei casi che reagiscono diversamente sull’infezione. Nelle prossime settimane, perciò, Iwasaki ha affermato di aspettarsi nuovi casi di “reinfezioni”. Dunque ci si aspetta la possibilità di poter iniziare ad analizzare i casi con maggior dettaglio.

Infezione da Coronavirus: quanto è comune la reinfezione?

Man mano che i ricercatori raccolgono dati, la rivista Nature raccoglie le domande chiave alla quale i ricercatori provano a dare una risposta. La prima domanda è: “Quanto è comune le reinfezione?“. Di casi con reinfezioni ce ne sono abbastanza. Tuttavia non ci sono collegamenti tra le due infezioni. La seconda infezione, dunque, non è il continuo della prima. Per stabilire che le due infezioni in ciascuna persona fossero eventi separati, i team di Hong Kong e Nevada hanno sequenziato i genomi virali dalla prima e dalla seconda infezione. Entrambi hanno trovato differenze sufficienti per convincerli che erano all’opera varianti separate del virus. Purtroppo il numero limitato di esempi, non consente di capire con che frequenza può arrivare una nuova infezione.

Infezione coronavirus: le reinfezioni sono più o meno gravi?

La seconda domanda alla quale i ricercatori cercano una risposta è: “Le reinfezioni sono più o meno gravi della prima?“. Anche qui ci sono diverse strade ipotizzate. A differenza di Iwasaki, il virologo Jonathan Stoye del Francis Crick Institute di Londra non ha tratto alcun conforto dalla mancanza di sintomi della seconda infezione dell’uomo di Hong Kong. Trarre conclusioni da un singolo caso è difficile, dice. “Non sono sicuro che significhi davvero qualcosa“. La gravita del Coronavirus, infatti, varia da caso a caso e anche le infezioni potrebbero avere gravità diverse in base alle situazioni, inclusa la salute del momento del paziente.

Stabilire se la “memoria immunologica” influisce sui sintomi durante una seconda infezione è fondamentale, in particolare per lo sviluppo di vaccini. Se i sintomi sono generalmente ridotti la seconda volta, come nell’uomo di Hong Kong, ciò suggerisce che il sistema immunitario sta rispondendo come dovrebbe. Ma se i sintomi sono costantemente peggiori durante un secondo periodo di Covid-19, come lo erano nella persona in Nevada, il sistema immunitario potrebbe peggiorare le cose. Ad esempio, alcuni casi di Covid-19 sono peggiorati da risposte immunitarie canaglia che danneggiano i tessuti sani.

Un’altra possibilità è che gli anticorpi prodotti in risposta a SARS-CoV-2 aiutino, piuttosto che combattere, il virus durante una seconda infezione. Questo fenomeno, chiamato potenziamento dipendente da anticorpi, è raro, ma i ricercatori ne hanno trovato segni preoccupanti mentre cercavano di sviluppare vaccini contro i coronavirus correlati, responsabili della sindrome respiratoria acuta grave e della sindrome respiratoria mediorientale.

Quali implicazioni hanno le reinfezioni per lo sviluppo del vaccino?

Storicamente, i vaccini che sono stati più facili da produrre sono contro le malattie in cui l’infezione primaria porta a un’immunità duratura, afferma Richard Malley, specialista in malattie infettive pediatriche presso il Boston Children’s Hospital in Massachusetts. Gli esempi includono morbillo e rosolia. Ma la capacità di reinfezione non significa che un vaccino contro la SARS-CoV-2 non possa essere efficace, aggiunge. Alcuni vaccini, ad esempio, richiedono iniezioni di “richiamo” per mantenere la protezione sufficientemente elevata. “Non dovrebbe spaventare le persone“, dice Malley. “Non dovrebbe implicare che un vaccino non verrà sviluppato o che non possa verificarsi un’immunità naturale a questo virus, perché ci aspettiamo questo con i virus“.

Imparare di più sulla reinfezione potrebbe aiutare i ricercatori a sviluppare vaccini, dice Poovorawan, insegnando loro quali risposte immunitarie sono importanti per mantenere l’immunità. Ad esempio, i ricercatori potrebbero scoprire che le persone diventano vulnerabili alla reinfezione dopo che gli anticorpi scendono al di sotto di un certo livello. Potrebbero quindi progettare le loro strategie di vaccinazione per tenerne conto, forse utilizzando un vaccino di richiamo per mantenere quel livello di anticorpi.

Tuttavia, Malley è preoccupato per la possibilità che i vaccini ridurranno i sintomi solo durante una seconda infezione, piuttosto che prevenirla del tutto. Ciò fornisce alcuni vantaggi, ma potrebbe trasformare efficacemente gli individui vaccinati in portatori asintomatici del Covid-19, mettendo a rischio le popolazioni vulnerabili.

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Fonte immagine copertina: Pixabay

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Autore dell'articolo: Francesco Menna

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Mi chiamo Francesco, classe 96. Laureato in Ingegneria Meccanica e studente alla magistrale di Ingegneria Meccanica per l'Energia e l'Ambiente alla Federico II di Napoli. Passione sfrenata per tutto ciò che ha un motore e va veloce. Per info e collaborazioni inviare una mail a framenna96@gmail.com