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Intervista esclusiva a Cisco

         
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Intervista esclusiva a Cisco, abbiamo incontrato per voi, ex cantante dei Modena City Ramblers, in occasione del concerto finale del tour italiano del The Liberation Project il 23 luglio a Fallo, in provincia di Chieti.

Abbiamo parlato con lui di questo progetto che unisce culture e generi diversi, del suo ultimo disco e di tanto altro…

Buona lettura!

 

Intervista esclusiva a Cisco

Perché il titolo “Indiani e Cowboy“?

Nasce dal concetto di contrasto, di lotta tra bene e male, tra buoni e cattivi. Il disco fondamentalmente parla di quello. Siccome quei titoli lì erano già stati usati da altri cantanti più bravi di me, a me è venuta fuori l’idea, legata anche al mio viaggio in America, di collegare questo immaginario, indiani e cowboy, che da sempre, almeno per la mia generazione, rappresenta il conflitto tra bene e male. Da bambini si pensava che i buoni fossero i cowboy e che gli indiani erano i cattivi, quelli che assaltavano la diligenza. Crescendo si è capito invece che la storia raccontava un’altra verità, cioè che gli indiani erano stati sterminati dai conquistatori e quindi insomma si erano capovolte le idee e le parti. Io ho voluto però giocare anche graficamente sul mio disco, come avete potuto vedere, con questo indiano e questo cowboy che si baciano perché ho voluto in qualche modo collegare il fatto di come il bene e il male in generale sono molto collegati l’uno all’altro. Se non ci fosse il male non riusciremmo a riconoscere il bene, se non ci fosse il cattivo faremmo fatica a riconoscere il buono. Ecco quindi il concetto del disco.

“Indiani e Cowboy” è stato dunque influenzato dal sound americano?

Assolutamente sì, soprattutto per la parte musicale. La scrittura dei testi, che è quella di cui mi occupo in principio, ovviamente è avvenuta prima di andare in America. Tra l’altro avevo la voglia di andare lì a fare questo disco ma non avevo ancora tutto pianificato.  Se tu ci guardi però, ci sono canzoni tipo “Cowboy e Indiani” e “Lo Sceriffo” che sono molto legate a quell’immaginario lì. Era già nella mia mente il progetto americano e nella scrittura andavo già in quella direzione.

Hai lavorato con Rick Del Castillo. Come mai questa scelta? E’ stato un tuo desiderio o è nata casualmente?

Entrambe le cose…Non conoscevo personalmente Rick Del Castillo però avevo voglia di fare qualcosa di diverso e soprattutto di confrontarmi con il mondo americano che non sento particolarmente vicino a me ma che ha dato tanto musicalmente parlando. Ho avuto l’occasione, attraverso un amico che mi ha aiutato per questo disco, di mettermi in contatto con Rick. Ho visto cosa aveva fatto e cosa fa nella vita (è un produttore musicale che si occupa di colonne sonore principalmente dei film di Rodriguez ma anche in quelli di Tarantino si possono trovare le sue musiche; in più ha dei gruppi Rock e Tex-Mex che a me interessano molto per il loro suono). Ci siamo parlati via telefono e ho trovato una persona squisita, meravigliosa. Mi ha accolto in casa sua ad Austin e abbiamo lavorato veramente come meglio non avremmo potuto. Si è instaurato un grande feeling e quindi spero di poter lavorare ancora con lui in futuro. E’ veramente un musicista eclettico, di una cultura smisurata. Se trovi un italiano con la metà delle sue capacità se la tira come un matto. Per lui invece è naturale confrontarsi con gruppi che non ha mai sentito o con un cantante come me, che non sa neanche chi sia, abituato a lavorare con gente di altra portata.

Il disco è stato anticipato da “L’erba cattiva”. Chi o cosa è l’erba cattiva nella società attuale?

Ho voluto capovolgere il significato di erba cattiva. Quando la pensiamo, l’associamo sempre a una cosa da estirpare, da togliere, da cancellare o da eliminare. Io invece ho voluto intendere che siamo noi stessi l’erba cattiva. Sono io o quelli come me che, nonostante tutto e tutti, resistiamo ancora una volta, facciamo musica nonostante il mondo che la rappresenta sia completamente cambiato. Siamo noi che abbiamo un pensiero radicale molto diverso dal mainstream in generale; là dove il mondo sta andando da un’altra parte, noi continuiamo a persistere e a perseverare. Questo perché siamo come l’erba cattiva, piantiamo le radici anche dove meno te l’aspetti e cresciamo. E’ un po’, sotto un’altra visione, lo stesso concetto che io avevo espresso ne “Il Mulo”.

Rispetto ai tuoi precedenti lavori quali affinità e quali diversità riscontri?

Il disco a livello musicale è stato totalmente influenzato dal produttore, Rick Del Castillo, che ha base a Austin in Texas, dove abbiamo anche lavorato alla registrazione e alla produzione. La sua abilità nel produrre e nel suonare molti strumenti ha influenzato i suoni in maniera definitiva. Noi gli abbiamo mandato delle basi registrate da qui che suonavano in un modo e lui ci ha restituito delle chicche completamente trasformate. Siamo rimasti a bocca aperta quando ci ha mandato il suo lavoro sulle nostre canzoni. Il suono è cambiato soprattutto per questo modo di lavorare.

Perché hai sposato il The Liberation Project?

Loro mi hanno cercato perché sapevano quello che io avevo già fatto in passato. Avevo già collaborato con Dan, il percussionista (che è anche l’ideatore del progetto). Mi ha detto che aveva bisogno di unire l’idea di un progetto di liberazione e di un disco che parla dei canti di rivolta e di resistenza sudafricani, italiani e cubani. Per la parte italiana voleva che fossi io la voce. Questo già nel disco che lui aveva pensato (e io ovviamente ero felicissimo di farlo). Quindi un po’ l’amicizia di Dan, un po’ l’idea che lui ha di me giustamente di star dentro questo progetto ha fatto sì che io fossi la parte italiana del The Liberation Project. In futuro potrebbe anche cambiare, non lo so… Mi sembra però di avergli dato un bel marchio. In più si è creato un grande feeling fra tutti noi, si è creata un amalgama di suono meravigliosa con i ragazzi africani. Purtroppo ho dovuto saltare un paio di date per impegni miei; appena mi hanno rivisto a Roma però mi hanno abbracciato facendomi capire che ero mancato molto a loro.

Com’è stato invece ritrovare i tuoi ex compagni di avventura nel disco I Dinosauri?

Ci siamo ritrovati nella vita, io, Giovanni e Alberto (anche loro ex Modena City Ramblers). Ognuno aveva fatto la propria strada, più che altro non a livello artistico perché avevano smesso di suonare, ma a livello personale e professionale. Io ho proposto loro di fare un nuovo lavoro insieme anche per fare una cosa diversa da Cisco ed è saltato fuori questo progetto; siamo stati insieme qualche mese, ci abbiamo lavorato e sono nate le canzoni. Ci piaceva l’idea di raccontare noi stessi come dinosauri, come animali di un’altra epoca che sono fuori tempo massimo. Abbiamo trovato innanzitutto tanta gente che si è riconosciuta in quel progetto. Inoltre era una cosa interessante da raccontare. E’ stata veramente una parentesi, bella e produttiva che adesso è in soffitta. Questo vuol dire che magari, anche tra due o tre anni, quando anche Giovanni e Alberto avranno voglia di fare qualcosa, tireremo fuori il marchio e daremo alle stampe un secondo capitolo.

Progetti futuri?

La cosa di cui mi sto occupando principalmente adesso è l’aspetto live. Continuerò a suonare le nuove e le vecchie canzoni anche l’anno prossimo. Appena mi viene l’idea giusta per un nuovo progetto mi metterò al lavoro. Premetto che non ho urgenza di fare un disco nuovo adesso, perché “Indiani e Cowboy” è uscito pochi mesi fa e vorrei portarlo a quanta più gente possibile e vorrei dargli lunga vita. Per me non si fa un disco nuovo ogni anno, ma quando si hanno le idee giuste, altrimenti è anche svilente. Non sono uno che fa singoli. Il nuovo album arriverà quando avrò qualcosa da dire e nel modo giusto.

 

 

Si ringrazia per la gentile collaborazione l’artista e il Sindaco di Fallo, Alfredo Pierpaolo Salerno

Le foto nell’articolo sono state scattate dall’autore in occasione del concerto del The Liberation Project a Fallo il 23 luglio 2019.

 

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Autore dell'articolo: Marco Vittoria