Luigi Grechi De Gregori

Luigi Grechi De Gregori e il progetto “Una canzone al mese”

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Luigi Grechi De Gregori e il progetto “Una canzone al mese”

Luigi Grechi De Gregori è uno dei più grandi cantautori della cosiddetta scuola romana.

Fratello di Francesco, ha esordito nel 1976 con l’album “Accusato di libertà”.

Ci ha gentilmente concesso un’intervista esclusiva in cui parliamo di Folkstudio, della sua carriera  ma soprattutto del progetto “Una canzone al mese” che sta facendo tanto parlare per la sua originalità.

Cosa ricorda dell’epoca del Folkstudio, da cui sono passati tanti cantautori che poi hanno fatto carriera (Mimmo Locasciulli, Antonello Venditti)?

Tutti ricordano il Folkstudio nella seconda gestione quella di Giancarlo Cesaroni che creò la cosiddetta scuola romana.

Prima però ci sono altri dieci anni di Folkstudio.

Quello originale fu fondato da Harold Bradley che è un cantante Jazz, Blues eGospel.

Negli anni sessanta era pieno di hippie, gli alternativi di allora, che venivano da tutto il mondo con la chitarra e sapevano fin dalla partenza  dall’America o da altri paesi che a Roma avrebbero trovato un posto dove suonare con un pubblico che li avrebbe apprezzati.

Il Folkstudio di Roma negli anni sessanta era uno dei locali  dove passava tutto il mainstream della musica Folk di allora; ci passò persino Bob Dylan quando era sconosciuto e si faceva chiamare Robert Zimmerman.

Io purtroppo non c’ero, però la notizia è certa.

Ci fu lui e poi tanti altri.

Poi quando Bradley se ne tornò in America a insegnare arte in un penitenziario, Giancarlo Cesaroni rilevò la gestione del Folkstudio e cominciarono ad arrivare i primi cantautori di scuola romana: De Gregori, Venditti, Lo Cascio, Locasciulli e io stesso naturalmente.

Con Giancarlo Cesaroni ebbi l’occasione di gestire lo spazio giovani e poi la domenica pomeriggio, approfittando di questo ruolo, ci portai Francesco, che stava scrivendo le sue prime canzoni.

Sono stato il primo a portarlo sul palco.

Poi lì ho sentito tantissima musica da tutto il mondo e mi sono innamorato di questa sua “spontanea”, senza scopi commerciali e fatta semplicemente perché se ne ha voglia.

Luigi Grechi De Gregori (foto di Giuseppe De Gregori)
Luigi Grechi De Gregori (foto di Giuseppe De Gregori)

 

La canzone “Il Bandito e il Campione” è ormai uno dei grandi classici della musica italiana. Come nacque?

Nacque grazie a un mio amico di Novi Ligure, come i due personaggi della canzone, che mi riportò un po’ tutte le storie  che raccontavano i vecchi del paese nelle osterie. Tutte storie poco attendibili,  leggende,  chiacchiere, che però riempivano le ore degli anziani del luogo.

Da queste storie  tirai fuori la canzone.

In realtà sono come dei flash di un film che non è uscito, simile a  un “prossimamente”, un trailer di un film non finito.

Questo appunto perché erano voci e quindi non c’era niente di preciso che si poteva affermare, se non che i due si erano conosciuti.

Poi il personaggio vero della canzone non sono Girardengo e Pollastri, il bandito e il campione, ma è soprattutto la bicicletta che in quegli anni fra le due guerre fu un mezzo di trasporto popolare  per il quale  serviva  solo la forza dei polpacci e non ii soldi.

Oggi si può scegliere, si fa per dire, se comprare una Porsche o una 500;  allora, invece possedere una bicicletta era  il sogno di ogni ragazzino ed  il mezzo di trasporto più popolare e più amato.

In passato ha accompagnato anche molti poeti famosi tipo Ferlinghetti. Cosa pensa della letteratura e della poesia? Possono influenzare in qualche modo la musica oppure è la musica che può influenzare la letteratura e la poesia?    

La musica e la poesia non sono mai state assolutamente così vicine come nella Beat Generation che comprende i poeti che ho conosciuto e con i quali ho girato (Ferlinghetti, Martin Matz, Anne Waldman, Gregory Corso). Nella poesia Beat la musica è molto labile perché è essenzialmente performativa, non è da leggere scritta su una pagina ma è da ascoltare dal vivo come se fosse un concerto Rock.

Infatti questi poeti si esibivano sul palco e non avevano in mano uno strumento e la loro recitazione era simile a un canto.

Era un’arte  che teneva conto dei suoni e delle parole, della pronuncia, dello stare sul palco, della presenza e dell’immagine del poeta.

Il progetto “Una canzone al mese” è un’operazione che va contro ogni schema e ogni logica dettata dalle case discografiche. Da dove è partita l’idea di pubblicare i brani su internet?

Infatti non è dettata dalle case discografiche, non è partita altri che da me e in maniera del tutto naturale perché vengo da anni in cui era naturale fare le canzoni una alla volta e farle uscire una alla volta sui 45 giri.

Anzi due alla volta, perché c’era il lato A ed il lato B.

Quindi non mi sembra di fare granché di strano.

E, come un tempo, quando ce ne saranno una dozzina, dieci dodici, vedremo se farne un supporto unico vinile o cd.

Luigi Grechi De Gregori (foto di Giuseppe De Gregori)
Luigi Grechi De Gregori (foto di Giuseppe De Gregori)

Certamente… Però metterle a disposizione del pubblico in maniera totalmente gratuita è una cosa piuttosto anomala…

Certo perché io non ci guadagno niente. Regalo l’ascolto a chiunque voglia arrivare al mio sito.

D’altra parte i cd e i dischi non si vendono già più, quindi è inutile andare a caccia di pochi spiccioli.

Preferisco sperare che alla fine di tutta questa operazione più che il disco nuovo ci siano più chiamate per suonare dal vivo.

L’unica cosa che veramente mi interessa è incontrare il pubblico anche se in piccoli numeri perché a me piace suonare al massimo per cento persone, anche se ho avuto l’occasione con Francesco e con altri di affrontare platee maggiori.

Non è che mi spaventano i grossi pubblici.

E’ molto divertente suonare per gente che vedi in faccia e di cui avverti subito le loro reazioni.

Mi piace lo spettacolo dal vivo.

Uno di questi brani di questa operazione si chiama “Dublino”. Qual è il suo rapporto con l’Irlanda e la sua musica?

Il rapporto con l’Irlanda è sempre stato stretto perché molto musicalmente è la radice di tutto il Folk americano, del Country e di un certo tipo di Rock.

Poi sono stato a Dublino alla fine degli anni settanta avevo una borsa di studio, sono stato lì per diversi mesi.

Mi sento un po’ un dubliner nella vita.

Amo seguire sempre le novità della musica irlandese che ascolto sempre volentieri.

Mi ci sento molto legato, come tutti i cantautori americani che conosco.

Ci ispiriamo tutti da lì, dall’Europa, dalla musica del ‘600 che poi era più o meno la stessa in tutto il continente.

L’ultima invece, “Barry” è stata scritta alcuni anni fa ma ha visto la luce solo poco più di un mese fa. Perché l’esigenza di rispolverarla adesso? In che cosa differisce negli arrangiamenti dalla versione originale?             

Non è che non mi piacesse la versione originale.

Mi è tornata in mente, la canticchiavo nella testa da diversi giorni. Un motivo ci sarà.

Che tipo di musica preferisce ascoltare nella vita di tutti i giorni?  

Io ormai non ascolto quasi mai la musica, perché non ci sono molte novità che mi appassionano.

Mi accorgo che non c’è niente di nuovo;  ascolto davvero poche novità vere, solo per rinfrescare la memoria, mi diverto più a suonare.

Ascolto la musica quando viaggio, soprattutto Radio 3.

Luigi Grechi De Gregori (foto di Giuseppe De Gregori)
Luigi Grechi De Gregori (foto di Giuseppe De Gregori)

Di che cosa tratterà invece il prossimo  brano di “Una canzone al mese” (se si può dire in anticipo)?

Non si dice niente in anticipo, perché rovinerebbe la sorpresa.

Dico solo che la prossima sarà sicuramente allegra.

Progetti futuri invece?

Continuare a fare quello che faccio. Andare in giro a suonare.

Quindi nessun disco in uscita?

Vedremo se uscirà perché non è detto che i dischi si vendano.

I negozi di dischi sono vuoti.

Vedo un futuro  nero per i supporti, che siano cd o vinili.

Li vedo più come un ricordo che io lascio al pubblico, una scusa per farti fare l’autografo, per dire “io c’ero”.

 

https://www.luigigrechi.it/

 

Tutte foto nell’articolo sono di Giuseppe De Gregori

 
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Autore dell'articolo: Marco Vittoria

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