Marco De Annuntiis intervista esclusiva

Marco De Annuntiis intervista esclusiva a un figlio (anzi, a un nipote) della Beat Generation

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Marco De Annuntiis intervista esclusiva a un figlio (anzi, a un nipote) della Beat Generation
Marco De Annuntiis: un Jukebox all’Idroscalo di Ostia

Figlio, anzi nipote della beat generation, visto il presente che corre e il passato a cui ci riferiamo. Cantautore, scrittore ma anche visionario dell’espressione istintiva per quanto poi alla fine siamo tutti ligi e ossequiosi alle matrici del pop che definiscono confini ed abitudini. Ed il nuovo disco di Marco De Annuntiis al pop deve molto per quanto, la sua r-moscia da nobile decaduto, disegna canzoni fuori dall’ordinario, in bilico tra il surreale e la concretezza sociale, tra il serio e il faceto…

Si intitola “Jukebox all’Idroscalo” tanto per mettere assieme Pasolini e Ginsberg. E di certo sa come evitare di essere diretto senza correre il rischio di lasciar non-detti per strada. E nessuno si senta escluso. Canzone d’autore velenosa, pungente, fintamente glamour e con due pizzichi di cinismo intelligente. Al resto pensateci voi…

Marco De Annuntiis foto

Marco De Annuntiis intervista esclusiva

“Jukebox all’Idroscalo”. Partiamo da questo titolo ti va? Cosa rappresenta?
È un gioco di parole fra “Jukebox all’Idrogeno” di Allen Ginsberg e l’Idroscalo di Ostia, luogo dove venne massacrato Pier Paolo Pasolini in circostanze ancora oggi discusse: da una parte l’America dall’altra Ostia, da un lato la “rivelazione” psichedelica dall’altro il “mistero” italiano per eccellenza.

Che poi scisso in se ci sono due richiami forti a cose di un periodo a te caro… o sbaglio?
A parte il periodo sono legato all’Idroscalo come luogo di confine, una terra anche simbolicamente all’estremo, e al Juke-Box come feticcio musicale, una specie di macchina dei sogni: chi metteva una moneta nel Juke-Box stava pagando per un singolo ascolto estemporaneo, e lo stava anche offrendo a chiunque fosse nei paraggi. Oggi è il contrario, ascoltiamo tutto gratis ma tutto in cuffia.

E del romanzo di Ginsberg che ci dici?
Era una raccolta di poesie. La verità? Da adolescente l’ho amato, ma dopo mi si è molto ridimensionato. Il Novecento ha prodotto poeti più importanti. Però di Ginsberg mi piace ancora la sua ipertestualità. Non a caso ha detto che “Bob Dylan ha dimostrato che è possibile fare arte con un juke-box”: ha detto proprio “Juke-Box”, non “con una chitarra”.

Canzoni “troppo alternative” destinate anche al pubblico delle colonne sonore

Irriverente: in questo disco non in poche occasioni lanci dei dardi infuocati verso il nazional popolare. Perché? Cosa condanni di preciso?
E pensare che c’è anche chi mi accusa del contrario, cioè di cedere troppo al “Pop”: le mie canzoni hanno questo problema, di essere troppo alternative per un certo pubblico e troppo classiche per un altro.
La cosiddetta “intelligenza musicale” non è solo quella dei compositori, ma anche la capacità degli ascoltatori di decifrare ciò che ascoltano. Una volta erano considerate canzonette nazional-popolari anche brani che in realtà avevano una struttura piuttosto difficile se paragonati a quelli che oggi ne hanno preso il posto. L’asticella si è abbassata: gli ascoltatori si accontentano di poco perché i musicisti sono i primi a chiedere poco a sé stessi: la maggior parte sono solo dei cosplayer, degli imitatori.

Ho letto una bella recensione tra le tante che stai ricevendo e pesco una domanda da farti: cosa condanni, il mito o la mitologia?
Il contrario del Mito è la Storia: o si è nel Mito o nella Storia, chi appartiene a uno sfugge all’altra. Per cui la “mitologia” a cui ti riferisci è sempre una mistificazione, un maldestro tentativo di far incontrare le due cose a metà strada.

Interbeat e Cinedelic. Alla prima associo l’elettronica alla seconda l’immaginario cinematografico. Come nascono queste collaborazioni e a cosa hanno portato?
Il disco lo ha prodotto la Interbeat di Luigi Piergiovanni, che è sicuramente più famoso per produzioni elettroniche ma nel mio caso disse che voleva fare un disco che “non deve nemmeno sembrare che qualcuno lo abbia prodotto”: questo mi convinse. Poi siccome volevamo uscire in vinile lui trovò un accordo con la Cinedelic, un’etichetta molto stimata dai collezionisti. È stata una collaborazione casuale, ma siccome molte mie canzoni hanno un film alle spalle tutto sommato ci stava. Di solito il pubblico delle colonne sonore, del beat, del lounge, non segue i cantautori: il fatto di suonare l’organo Farfisa e di essere uscito in vinile per un’etichetta di settore mi ha permesso di rivolgermi al pubblico che volevo.

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Le foto nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook dell’artista

 
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Autore dell'articolo: Marco Vittoria

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